James è un pittore di bell’aspetto che incontra Mary dopo essere scampato per poco a un incidente stradale. Tra i due nasce una passione travolgente, ma qualche tempo dopo James si ritrova solo, ubriaco e in preda a una profonda crisi depressiva. Cosa è successo? Quando però James riceve una lettera dalla moglie che lo prega di raggiungerla, decide di tornare a Silent Hill, la cittadina in cui avevano vissuto insieme. Al suo arrivo scopre che tutto è cambiato: dal cielo cade cenere, le strade sono deserte e un allarme invita gli abitanti a evacuare immediatamente la città. Nonostante ciò, James è determinato a trovare Mary, anche mentre Silent Hill diventa sempre più pericolosa e mostri inquietanti infestano le sue strade. Ma quell’orrore è reale o è solo il frutto della mente tormentata di James? E cosa è successo davvero a Mary?
Con Return to Silent Hill, Christophe Gans torna a confrontarsi con l’universo della celebre saga dopo il film del 2006, scegliendo di ispirarsi al secondo capitolo della serie videoludica. L’operazione arriva a breve distanza dall’uscita e dal successo del remake di Silent Hill 2, pubblicato originariamente da Konami nel 2001 e unanimemente riconosciuto come uno dei titoli più influenti del survival horror, grazie alla sua costruzione atmosferica e alla profondità dei temi psicologici affrontati. Return to Silent Hill prende spunto dalla trama originale, ovvero la storia del rapporto tra James e Mary, eliminando però il colpo di scena del videogioco e sostituendolo con un racconto decisamente meno potente. Da un punto di vista visivo la pellicola ha un buon potenziale gestendo bene le atmosfere, il cambiamento di scenario con il passaggio dalla cenere al mondo oscuro, e i mostri. Non si tratta però un classico horror che tiene lo spettatore incollato alla sedie con jumpscare o scene splatter, ma è l’atmosfera e l’intreccio che si snoda su vari livelli temporali a interessare.
La sceneggiatura, scritta anch’essa da Christophe Gans, cerca evidentemente di spiazzare lo spettatore e il vero scopo non è, come accade nei classici horror, fuggire dai mostri, ma capire che cosa è successo a Mary, esattamente come accadeva nel videogioco. Da un punto di vista registico il risultato non è male, con alcuni movimenti di macchina e inquadrature che elevano Return to Silent Hill a un gradino più alto rispetto ai soliti teen horror da cinema estivo. È evidente che dietro questa pellicola ci sia la voglia di rendere sul grande schermo le atmosfere del gioco, anche se la nebbia iconica della serie è stata sostituita da una pioggia di cenere.
Il limite principale del film risiede tuttavia nella scrittura. La sceneggiatura non riesce a rendere pienamente giustizia alla complessità del testo videoludico di riferimento. Alcuni personaggi ripresi direttamente dal gioco risultano funzionalmente superflui all’economia del racconto, come Eddie, mentre altri vengono introdotti con un ruolo meramente didascalico, destinato a chiarire allo spettatore dinamiche narrative che nel gioco emergevano attraverso l’esperienza e la sottrazione, come nel caso della figura della psicologa. Di conseguenza, il tema centrale del senso di colpa di James, fulcro emotivo dell’opera originale, perde gran parte della sua forza perturbante e finisce per apparire inefficace. Sembra mancare, da parte di Gans, il coraggio di confrontarsi fino in fondo con la radicalità della trama originale, aspra e profondamente tragica, e di proporla nella sua interezza a un pubblico contemporaneo.













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