Per il meglio e per il peggio, La Saga di Darkover è la più complessa e fascinosa espressione letteraria che questa pregevolissima autrice ebbe il merito di lasciarci, gettando le basi di un innovativo genere letterario che andremo prossimamente a esaminare: la science fantasy.  Tuttavia, per quel che riguarda i libri della Saga, durante lo scorso appuntamento con La Quintessenza di Darkover ci eravamo lasciati proprio in prossimità di uno dei periodi più avvincenti e combattuti della storia del pianeta Darkover: un periodo di svolta, in cui si scorge uno scenario ricco e fantasioso, originale, e amato in modo particolare dagli estimatori del ciclo. In queste pagine, Marion Zimmer Bradley concentrò in effetti tutta se stessa, in un modo che andremo a esaminare, ancora una volta, libro per libro, capitolo per capitolo. Questo è il tempo dei Comyn e dell’Impero Terrestre…

Comyn e l’Impero Terrestre:

I tempi dell’idillio giungono presto a una loro fine. Ombre sempre più livide e dense si addensano all’orizzonte, e il sole rosso di Darkover si fa sempre più sanguigno. I rapporti tra l'Impero Terrestre e Darkover sono più tesi che mai, e si incrinano sotto le pressioni della Terra affinché Darkover diventi una colonia a tutti gli effetti (e non solo un suo libero protettorato). Tutto questo va poi a premere su di uno scontro interno alla nobiltà Darkovana: uno scontro generazionale tra le classi più anziane e conservatrici, e quelle più giovani, maggiormente aperte ai vantaggi promessi della fiorente tecnologia Terrestre.  Conflittualità, minacce, avvisaglie di una guerra intestina spingono Darkover a un sempre più prossimo tracollo: un cedimento, questo, tutto interiore, basato su di una ricca e destabilizzante complessità ideologica. Marion Zimmer Bradley gioca qui (abilmente) tutte le sue carte, e i libri che concentra in questo pericolare periodo storico sono tra i migliori della Saga, in assoluto, sia per respiro narrativo sia per intreccio e approfondimento psicologico. Tutto muove dalla cruenta Ribellione di Sharra, e dal tentativo da parte dell'Impero Terrestre di distruggere la società Darkovana dall'interno: uccidendo il più alto numero possibile di appartenenti alla nobiltà. La responsabilità di governare ricade così su Regis Hastur, nipote di quell'Hastur che si era opposto in origine ai primi terrestri: spetta dunque a lui il delicato compito di raggiungere un compromesso che eviti la distruzione della cultura Darkovana e che getti un ponte per una pacifica integrazione di Darkover nella Federazione Terrestre. Ma, ci chiediamo (come se lo chiese l’autrice), ciò è davvero possibile?  

Apre questo periodo storico L'Esiliato di Darkover (The Bloody Sun, 1979. Riscrittura del romanzo già apparso con lo stesso titolo nel 1964). La versione a noi nota, qui in Italia, è quella del 1979, ed è una stesura decisamente più matura e ponderata di un romanzo nato all’inizio come un volume “classico” per i meccanismi interni della Saga. Ma nella sua seconda versione, la Zimmer Bradley fece emergere un più incisivo racconto: un volume che si può dire chiave, e che conclude l’ideale Trilogia della Torre Proibita (come anche quella delle Libere Amazzoni). Tragico e fortemente lirico, squisito, appassionato e a tratti decadente, è forse uno dei volumi più cupi della Saga, in cui si percepisce l’ultimo anelito di vita delle antiche Torri. 

Il prologo si apre fin a subito con tinte fosche, narrando della morte di Leonie Hastur, l’ultima delle Grandi Custodi della Torre di Arilinn, e della decisione di Dorilys Ridenow (nota come Cleindori), di entrare nella Torre di Arilinn e diventarne la Custode: così da poter promulgare nuove e rivoluzionari leggi sull’uso delle matrici (basandosi sulle teorie del padre, Damon Ridenow, il fondatore della Torre Proibita).  Ma il romanzo vero e proprio, si svolge tuttavia quasi quarant’anni dopo, quando il “Terrestre” Jeff Kerwin Jr. nato su Darkover ma portato via dai nonni (terrestri) a soli 12 anni, ritorna sul pianeta natale, mosso da un impulso incontrollabile, che nemmeno lui sa spiegare.

Alla ricerca di se stesso e delle sue radici, trova però ad attenderlo un’eredità terribile e un passato angoscioso, che contribuiranno al progressivo cambiamento della troppo tradizionalista nobiltà dei Comyn. Facciamo infine notare un discreto ma ricorrente particolare ravvisabile in taluni libri della Saga di Darkover (come in questo caso): e cioè la presenza di personaggi riassumibili col termine di “outsider”. Sono emarginati dalla società, raminghi dell’animo, reietti in cerca di un passato o di un futuro (o di entrambe le cose), ma tutti indiscutibile espressione dell’autrice stessa, che non fece mai mistero di sentirsi, a volte, parte integrante di questa appartata porzione d’umanità.

Precisato ciò, è oramai giunto il tempo di parlarvi del romanzo The Dark Flower (Il Fiore Oscuro). Questo titolo non vi dice niente? Sicuri? Certo, è plausibile, perché pochi sanno che dietro a questo appellativo si cela forse il romanzo più famoso della Saga di Darkover (di certo il più amato dall’autrice). Marion Zimmer Bradley lo abbozzò per la prima volta a soli vent’anni, dandogli questo titolo, ma il volume andò in stampa e divenne famoso solo un quarto di secolo dopo come…  

L'Erede di Hastur: (The Heritage of Hastur, 1975). Finalista al Nebula Award del 1976, assieme ad altri grandi romanzi di eccellenti autori (ne vogliamo ricordare soltanto alcuni: The Stochastic Man di Robert Silverberg; A Midsummer Tempest di Poul Andreson; Doorways in the Sand di Roger Zelazny; e il vincitore di quell’anno, The Forever War di Joe W. Haldeman), L’Erede di Hastur è ritenuto da buona parte della critica e dei lettori come il capolavoro incontrastato della Saga di Darkover. L’autrice 'sente' in particolar modo il romanzo, come solo dirado prima dall’ora era capitato per un’opera di Darkover, e resta talmente legata alla storia che quasi fatica a staccarsene nella nota conclusiva. La vicenda narrata è splendida e dolorosa, intensa come non mai (e come vi avevamo preannunciato, i libri di questo pericolare periodo storico risentono di una forte drammaticità, specchio di un mondo – il nostro – che cambia in modo spesso troppo veloce e violento). L’autrice qui non si risparmia, anzi, dà sfogo a ogni genere di conflitto interiore e sottolinea ogni tensione dell’animo umano con abilità davvero invidiabile.