Il mio nome risuona dalle sue labbra. Gemma. Gemma. È venuta a cercarmi. L’indiano con il turbante è alle sue spalle. Lei non lo sente. Apro la bocca per chiamarla, ma non mi esce nessun suono. Con una mano apre la porta della bottega ed entra. La seguo, il cuore che mi batte sempre più veloce. Deve sapere che l’uomo è dietro di lei. Deve sentirne il respiro. Ma lei guarda solo davanti a sé.

L’uomo estrae un pugnale dal mantello, ma lei ancora non si volta. Sono assalita dalla nausea. Voglio fermarla, portarla via di lì. Ogni passo in avanti è come spingere contro l’aria, alzare le gambe in un’agonia rallentata. L’uomo si ferma, tende l’orecchio. Spalanca gli occhi. Ha paura.

C’è qualcosa raggomitolato, in attesa nell’ombra in fondo alla bottega. È come se il buio avesse cominciato a muoversi. Com’è possibile? Ma è così, con un fruscio viscido e gelido che mi fa accapponare la pelle. Un’ombra scura si allarga dal suo nascondiglio. Cresce, fino a occupare tutto lo spazio intorno a sé. La tenebra al centro della cosa si agita ed emette un suono… un insieme di grida e gemiti spettrali.

L’uomo si lancia in avanti e la cosa si muove su di lui. Lo divora. Adesso incombe su mia madre e le parla in un sibilo liquido.

«Vieni da noi, carina. Ti aspettavamo…».

Un grido implode dentro di me. La mamma gira la testa all’indietro, vede il pugnale abbandonato, lo afferra. La cosa urla oltraggiata. Lei vuole combatterla. Lei ce la farà. Una lacrima solitaria le scorre sulla guancia mentre chiude gli occhi disperata e mormora il mio nome come una preghiera. Gemma. Con un unico, rapido gesto, alza il pugnale e lo affonda nel proprio petto.

No!

Una forte corrente mi strappa via dalla bottega. Torno alle strade di Bombay, come se non fossi mai andata via, gridando come un’ossessa, mentre il giovane indiano mi blocca le braccia lungo i fianchi.

«Che cosa hai visto? Dimmelo!».

Io scalcio e mi divincolo nella sua presa. C’è qualcuno intorno che può aiutarmi? Che cosa sta succedendo? Mamma! La mia mente annaspa alla ricerca di un appiglio logico, razionale e lo trova. Mia madre sta prendendo il tè a casa di Mrs Talbot. Io andrò lì e lo dimostrerò. Lei sarà arrabbiata e mi spedirà a casa con Sarita e poi non ci sarà champagne e niente Londra, ma non mi importerà niente. Lei sarà viva e in collera e io accetterò estasiata la sua punizione.

Lui continua a gridarmi addosso. «Hai visto mio fratello?».

«Lasciami!». Gli do un calcio con le gambe che hanno ritrovato la loro forza. Lo colpisco nel punto più delicato. Stramazza a terra e io mi metto a correre alla cieca per la strada, giro l’angolo, spinta dalla paura. Una piccola folla si è radunata davanti a una bottega. Una bottega con mazzetti di erbe secche appese a una trave sul soffitto.

No. È solo un brutto sogno. Mi sveglierò nel mio letto e sentirò la voce grave e forte di mio padre che racconta una delle sue lunghe barzellette, la risata morbida della mamma a riempire l’aria subito dopo.

Le gambe mi si bloccano, mi cedono quando raggiungo la folla e mi spingo in avanti. La scimmia del suonatore d’organetto scende dal tetto e inclina la testa da una parte all’altra, fissando incuriosita il corpo steso a terra. Le poche persone davanti a me mi fanno spazio. La mia mente la registra per gradi. Una scarpa rovesciata, il tacco spezzato. Una mano aperta, le dita rigide e spalancate. Il contenuto della borsetta sparso nella polvere. Un collo nudo che spunta dal corpino di un abito azzurro. Quei famosi occhi verdi aperti e vacui. La bocca della mamma socchiusa, come se fosse morta cercando di dire qualcosa.

Gemma.

Una grande pozza rossa di sangue si allarga sotto il corpo senza vita. Penetra nelle crepe del terreno, facendomi pensare alle pitture che ho visto di Kalì, la dea oscura, che versa sangue e spezza ossa. Kalì la distruttrice. La mia santa patrona. Chiudo gli occhi, implorando che tutto svanisca.

Non sta succedendo davvero. Non sta succedendo davvero. Non sta succedendo davvero.

Ma quando riapro gli occhi lei è ancora lì e mi fissa con sguardo accusatorio. Non mi importa se non tornerai più a casa. È stata l’ultima cosa che le ho detto. Prima di scappare. Prima che lei venisse a cercarmi. Prima che la vedessi morire in una visione. Ho le braccia e le gambe appesantite da una indicibile inerzia. Crollo a terra, dove il sangue di mia madre macchia l’orlo del mio abito migliore, rovinandolo per sempre. E poi il grido che ho trattenuto erompe da me forte e intenso come un treno notturno, mentre il cielo si squarcia e una pioggia feroce scroscia annegando ogni altro rumore.

 

 

Capitolo Tre

 

«Victoria! Victoria Station!».

Un controllore tarchiato, con l’uniforme blu, passa per i vagoni annunciando il nostro arrivo a Londra. Il treno rallenta e si ferma. Grandi nuvole di vapore passano a ondate davanti al finestrino, facendo sembrare un sogno tutto quello che c’è fuori.