«Che cosa stai facendo?» mi chiede Tom, mentre cerco di farmi largo nella ressa.

«Guardavo e basta» rispondo, sperando che non legga la paura nella mia voce. Un uomo spunta da dietro il chiosco, portando un pacco di giornali sulle spalle. Il mantello liso e nero, troppo grande per lui, gli svolazza intorno al corpo. Mi viene quasi da ridere per il sollievo. Visto, Gemma? Ti immagini le cose. Lascia perdere.

«Se devi guardarti intorno, vedi se riesci a trovare un facchino. Non riesco proprio a capire dove siano finiti tutti quanti».

Un piccolo strillone arruffato ci passa vicino e si offre di trovarci una carrozza per due penny. Con fatica spinge il baule che contiene i miei pochi averi: una manciata di vestiti, l’agenda della mamma, un sari rosso, un elefante bianco intagliato e la preziosa mazza da cricket di mio padre, ricordo di giorni più felici.

 

§

 

Tom mi aiuta a salire in carrozza e il vetturino parte da quella grande donna sdraiata che è Victoria Station, gli zoccoli che risuonano verso il cuore di Londra. L’aria è tetra, annerita dal fumo dei lampioni a gas che fiancheggiano le vie. Il grigiore nebbioso dà l’idea che sia notte, mentre invece sono solo le quattro del pomeriggio. Su strade così brumose, qualunque cosa potrebbe insinuarsi pericolosa alle tue spalle. Non so perché mi è venuto in mente, ma mi affretto a scacciare subito tale pensiero.

Le guglie sottili del Parlamento si stagliano oltre il profilo in penombra dei tetti. Vedo parecchi uomini madidi di sudore che scavano profonde buche lungo le vie.

«Che cosa stanno facendo?».

«Posano i cavi per l’illuminazione elettrica» risponde Tom, tossendo in un fazzoletto bianco con in un angolo le sue iniziali ricamate in un elegante corsivo nero. «Ben presto queste soffocanti luci a gas saranno un ricordo del passato».

Lungo le vie, venditori ambulanti reclamano le proprie mercanzie dai carretti, ciascuno con il proprio richiamo singolare – arrotino, pesce fresco, mele dolci, comprate le mele! Le lattaie consegnano l’ultimo latte della giornata. Stranamente tutto questo mi fa tornare in mente l’India. Le vetrine sgargianti offrono tutte le merci immaginabili: tè, tessuti, porcellane e bellissimi abiti copiati dalle migliori modisterie parigine. Un cartello appeso a una finestra al secondo piano informa che ci sono uffici in vendita, per informazioni rivolgersi all’interno. Numerose biciclette sciamano intorno alle vetture. Mi reggo forte, per essere pronta nel caso il cavallo si imbizzarrisca alla loro vista, ma l’animale avanza con assoluta indifferenza. Ha già visto tutto questo, al contrario di me.

Un omnibus gremito di passeggeri ci supera, trainato da un magnifico tiro di cavalli. Un gruppetto di dame siede sui sedili in cima al veicolo, i parasole aperti per proteggersi dalle intemperie. Una lunga striscia di legno che reclamizza il sapone Pears nasconde ingegnosamente dalla vista le loro caviglie, in nome del pudore. È uno spettacolo straordinario e io non vorrei smettere mai di girare per le strade di Londra, respirando nella polvere della storia che finora ho visto solo nelle fotografie. Uomini vestiti di nero con la bombetta escono dagli uffici, incamminandosi fiduciosi verso casa dopo una giornata di lavoro. Oltre i tetti coperti di fuliggine vedo ergersi la cupola bianca della cattedrale di St. Paul. Un cartellone pubblicitario annuncia una rappresentazione del Macbeth con l’attrice americana Lily Trimble. È affascinante, i capelli neri sciolti e scompigliati, una tunica rossa dalla scollatura audace. Mi chiedo se le ragazze alla Spence saranno altrettanto incantevoli e sofisticate.

«Lily Trimble è proprio bella, vero?» dico, nel tentativo di intavolare quattro chiacchiere innocenti con Tom, impresa in apparenza impossibile.

«Un’attrice» sbuffa Tom caustico. «Che razza di vita è per una donna, senza una casa, un marito, dei figli? Andarsene in giro come se fosse padrona di se stessa. Di sicuro non verrà mai accettata in società come una dama perbene».

Ecco che cosa si ottiene a fare quattro chiacchiere innocenti.

Una parte di me vorrebbe mollare un calcio a Tom per la sua arroganza. Ho paura di ammettere che un’altra parte di me muore dalla voglia di sapere che cosa cerchino gli uomini in una donna. Mio fratello sarà anche pomposo, ma conosce determinate cose che potrebbero rivelarsi utili.

«Capisco» dico con indifferenza, come se volessi sapere che cosa bisogna fare per ottenere un bel giardino. Sono controllata. Garbata. Signorile. «E che cosa occorre per fare una dama perbene?».

Sembra che abbia una pipa in bocca mentre dice: «Un uomo vuole una donna che gli renda la vita facile. Dovrebbe essere attraente, beneducata, conoscere la musica, la pittura, saper mandare avanti una casa e, soprattutto, dovrebbe mantenere il proprio nome al di sopra degli scandali e non dovrebbe mai attirare l’attenzione su di sé».