“La protagonista vive nella civile Ancelterra ed è una delle migliori allieve del prestigioso Wyverley College, però è nata al di là del Muro, nell'Antico Reame, una terra misteriosa che, a quanto si mormora, è governata dalla magia. Ed è nientemeno che la figlia di Abhorsen, un potente mago cui è affidato un compito fondamentale: impedire ai Morti di oltrepassare il confine tra il loro Regno e il Mondo dei Vivi. È dunque con un certo timore che, a poche settimane dalla fine della scuola, Sabriel aspetta l'arrivo del padre per discutere con lui del suo futuro. Ma il timore lascia il posto allo sgomento quando, invece dell'amato genitore, a Sabriel si presenta un messaggero con una rivelazione sconcertante: lo spirito di Abhorsen è prigioniero, incatenato nel Regno dei Morti, e soltanto lei può salvarlo, liberando così anche l'Antico Reame da una creatura malvagia, decisa a far trionfare i Morti sui Vivi.”
Sabriel (Sabriel, 1995) di Garth Nix, primo volume della saga di Abhorsen, romanzo continuato in Italia con la pubblicazione di Lirael (2001) e Abhorsen (2003), non è un buon libro. Assolutamente. C’è da dare atto a Nix di aver inteso il mondo di Ancelterra e dell’Antico Reame in modo assolutamente unico, questo sì, a tratti originale per l’intento. Il voler accostare un mondo “contemporaneo” al nostro (Ancelterra) a uno prettamente “medievale” (l’Antico Reame): un continente diviso a metà solo da un magico muro che tiene da una parte i vivi, a sud, fra autobus, taxi, college e partite di pallone, e dall’altra i popoli che hanno a che fare con i morti, su, nel nord. L’originalità di questo romanzo sta tutta qui e in quelle poche idee che l’autore vi ha fatto confluire, ma in un modo talmente piatto e impersonale da farlo apparire una parodia di un fantasy.
Piatto, asettico, freddo. Un romanzo che si lascia leggere solo per la sconsiderata vacuità della prosa. Certo, è bene pulire e limare uno stile troppo aggettivato (forse uno fra i problemi maggiori in un esordio, come deve essere considerato anche questo), ma non fino a questi livelli. Siamo davanti a un romanzo bidimensionale, non c’è profondità, né nell’ambientazione (sfruttata malissimo) né nella resa dei personaggi. Per certi versi anche la trama risulta piuttosto sciocca: un vero e proprio campionario di deus ex machina e infodump a profusione. Non c’è pathos, non c’è un minimo di tensione narrativa. Alcune scelte di Nix su come muovere gli eventi arrivano addirittura a perdersi nel loro stesso mondo, tirate via in modo piuttosto imbarazzante. A partire dal gatto parlante, in verità una antica creatura di Libera Magia che gli Abhorsen tengono legata a loro con una magia costrittiva da molti secoli, di nome Mogget, per il quale si fanno mille e confuse congetture che non portano a nulla. E in un punto del romanzo, un dialogo fra Sabriel e suo padre, l’Abhorsen in carica, trapela persino l’incoerenza di questo “personaggio”. Ne riportiamo un brano da pagina 267 e successive. E’ Abhorsen che parla, in fuga con la figlia, Sabriel, dal Regno dei Morti, momento durante il quale si aggiornano sugli ultimi eventi trascorsi nel romanzo:
«(…) Ma parlami del compagno del principe. Chi è questo Mogget?»
«Mogget?» ripeté Sabriel sorpresa. «Ma… l’ho incontrato nella nostra casa! È una creatura della Libera Magia in un corpo di gatto bianco, con un collarino rosso, al quale è appesa una Saraneth in miniatura.»
«Mogget», disse Abhorsen come se tentasse di mandar giù un boccone amaro. «E’ il relitto del Costruttore del Muro, o la sua ultima creazione, o forse il figlio… nessuno lo sa con precisione, forse neanche lui. Mi chiedo come mai abbia assunto le spoglie di un gatto… è sempre stato una specie di nano albino e in pratica non ha mai abbandonato la nostra casa. Potrebbe essere una sorta di protezione per il principe… Ma adesso basta, dobbiamo correre!»
Insomma, già questo stralcio basta a far notare l’incongruenza. Nix,
Un giudizio aspro il nostro, senza dubbio. Aspro quasi quanto la lettura del romanzo, dove protagonisti profondi tanto quanto una pozzanghera agiscono solo per modo di dire. Sabriel, forse, proprio perché protagonista del romanzo, ha di tanto in tanto la parvenza di un personaggio a tutto tondo, parvenza però che non salva questo volume dalla sua scipitezza.
Probabilmente sarebbe molto più facile enunciare i pregi di questa storia, pochissimi, che enumerare i troppi difetti. Ma a ben vedere nemmeno il finale – forse la parte più piacevole del romanzo – salva questo volume. Ovviamente è un’ecatombe, con la “morte dei morti” e la “morte di molti vivi”; eppure, in questo vasto mare delle ovvietà, si salva solo un’idea (buona per i seguiti, forse) con la rinascita del gatto Mogget nuovamente incatenato al suo destino di schiavo degli Abhorsen e, questa volta, “con un doppione”: gatto bianco, gatto nero.
Peccato. Un romanzo che era iniziato bene, con idee (per il 1995, anno della sua prima pubblicazione) davvero interessanti, un confronto fra civiltà, portatore, se solo Nix avesse voluto, di un messaggio non così scontato. Ma non ci sono messaggi in Sabriel. Non c’è storia. Non ci sono personaggi. Il confronto fra due mondi diventa una stonatura insopportabile, e sentir parlare di partite di calcio e di carri armati, e subito dopo di frecce e negromanzia, crea nel lettore un gap ai limiti dell’assurdo, proprio per questa mancanza di ricerca e profondità nel testo. È una storia freddamente pulita quella narrata in Sabriel, ma così tanto da risultare insopportabilmente insignificante.















