Venezia è divisa in due: Venezia alta, dimora dell’aristocrazia, sfarzosa e impossibile da raggiungere per la gente comune, vive su un piano sopraelevato, libero dall’inquinamento e lo squallore che caratterizzano invece Venezia Bassa, dove vive la massa della “gente di Sotto”, costituente la gran maggioranza della popolazione di Venezia. Le condizioni di vita di Venezia Bassa sono tremende: i canali luridi, dall’acqua fangosa, una perenne nebbia, dovuta ai fumi delle fabbriche dove fin troppi operai sono rimasti mutilati e gli alloggi ricavati in ogni centimetro di spazio disponibile sono la quotidianità per la “gente di sotto”. Ma quando questa quotidianità viene spezzata da una serie di omicidi terrificanti, la già precaria situazione di Venezia Bassa sembra essere sull’orlo del baratro e la giovane Cornelia Furlan deve sobbarcarsi il peso della sicurezza cittadina per portare alla luce l’assassino, insieme a un aiutante inaspettato: il Signore di Notte Stefano Rosin.
La Città di Acqua e Vetro è il romanzo d’esordio di Linda Ghio che nelle sue pagine ci racconta di una Venezia spaccata, dipinta in una luce steampunk che ribolle di elementi mitologici e alchemici. Venezia Alta e Venezia Bassa sono come due mondi distinti, che raramente si mischiano: da una parte la ricchezza e l’aria pulita, dall’altra la povertà e l’acqua sporca.
È su questo palcoscenico che operano i protagonisti, Cornelia e Stefano, divisi tra la ricerca dell’efferato assassino che sta agendo nell’ombra delle strette calli di Venezia Bassa e le ricerche sul flogisto. Il flogisto è l’elemento alchemico che permea qualsiasi essere vivente e che il padre adottivo di Cornelia, il nano inventore Giuseppe, cerca di imbrigliare come propellente per delle protesi all’avanguardia; il problema è che il flogisto è estremamente sfuggevole, quasi impossibile da contenere e difficile da estrarre in quantità utili, rendendo le ricerche di Giuseppe estremamente complicate da portare avanti.
Nonostante ciò, qualcuno che a quanto pare è riuscito laddove tutti gli altri hanno fallito c'è: lo strambo, e un po’ timido, professor Vàclav sembra aver avuto successo nell’animare la materia inanimata e, durante una conferenza sull’argomento, dimostra proprio di poter animare una mano meccanica tramite l’uso del flogisto, suscitando lo stupore dei presenti.
Questo sfuggevole elemento è uno dei punti chiave del romanzo, accompagnando il lettore per tutta l'indagine, mentre se ne scoprono le applicazioni e i limiti. Tra scienziati visionari e creature mitologiche provenienti dalla Grecia, il flogisto sembra essere onnipresente a Venezia, permeando visceralmente le storie dei suoi cittadini che, tuttavia, ne sono per lo più ignari. E forse, tra le verità nascoste tra gli invisibili rivoli di questo “elemento solforoso” potrebbe celarsi anche la pista giusta, ma la sfida per Cornelia e Stefano sarà proprio riconoscerla.
Tra metodi decisamente poco convenzionali, passaggi segreti e realtà sconosciute persino all’incredibile rete di spie del Consiglio e al temutissimo Fante de’ Cai, i due protagonisti si ritroveranno in un vortice di scoperte e vicoli ciechi, un groviglio di intrighi che li porteranno dai canali fangosi agli altissimi tetti di Venezia, finanche all’isola di Murano, la prigione dorata per i mastri vetrai, dove nessuno entra o esce senza l’esplicito permesso del Consiglio, nessuno che voglia passare per vie legali perlomeno.
Ghio ci trasporta così in una Venezia sia familiare che aliena, in cui alchimia e scienza si fondono in una spirale strettissima e centrale all’intera vicenda, dove l’impossibile diventa dolorosamente possibile e dove le cose, e le persone, non sempre sono quel che sembrano. L’autrice riesce a immettere elementi mitologici di tradizioni lontane fra loro e amalgamarli in maniera del tutto naturale, presentandoci un racconto che scorre veloce e avvincente capitolo dopo capitolo.
Le vicende raccontate sono, inoltre, sapientemente alternate a brevi inserzioni che spaziano dagli annunci di lavoro come lampionaio, ad approfondimenti sugli studi di Paracelso e brevi stralci di pensieri di qualcuno, o qualcosa, disseminati tra le pagine. Leggendo è incredibilmente semplice dimenticare che le lamie non esistono veramente o che il flogisto è solo un’invenzione del XVII secolo per spiegare i processi di combustione, permettendo al lettore di lasciarsi trasportare in un mondo quasi vero, quasi possibile, diverso dalla realtà, certo, ma alla fine nemmeno così tanto; la città di Venezia risulta viva, con le sue personalità grandi e piccole, importanti e insignificanti ma che tanto hanno da dire nella storia dipinta da questo libro.
Pur non essendo una lettura particolarmente impegnata, ma piuttosto abbastanza leggera e scorrevole, rivolta sicuramente a un pubblico mediamente giovane, La Città di Acqua e Vetro può tranquillamente rappresentare un’avventura affascinante anche per un pubblico più maturo, sia per gli amanti del fantasy che per gli amanti dell’investigativo.












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