Qualche giorno fa, il 21 febbraio precisamente, Dan Simmons ha lasciato questa terra.
Dal The Guardian sappiamo che "è morto a Longmont, in Colorado, il 21 febbraio, con la moglie e la figlia al suo fianco", come comunicato alla stampa dalla famiglia.
Nato a Peoria nel 1948, Simmons crebbe tra Illinois e Indiana. Lavorò come insegnante elementare per diciotto anni, tra Missouri, New York e Colorado, dove fu anche finalista come Insegnante dell’Anno del Colorado. Prima di dedicarsi completamente alla scrittura, fu educatore: e nei suoi romanzi si avverte quella pazienza costruttiva, quella capacità di stratificare e guidare il lettore dentro architetture narrative complesse.
Nel corso della sua carriera ha vinto:
- Premio Hugo per il miglior romanzo: Hyperion
- Premio Nebula per il miglior romanzo: La caduta di Hyperion
- 4 Premi Locus (Miglior romanzo di fantascienza: Hyperion, La caduta di Hyperion, Il risveglio di Endymion, Ilium; Miglior romanzo horror: Danza macabra, L'estate della paura, I figli della paura, Vulcano; Miglior romanzo breve: Gli orfani di Helix; Miglior racconto lungo: Mezzanotte nel letto dell'entropia, Tutti i figli di Dracula, Morire a Bangkok)
- Premio Bram Stoker per il miglior romanzo: Danza macabra.
Con lui se ne va uno di quegli autori che non si limitavano a raccontare storie: costruivano architetture.
Perché chi legge di mondi fantastici lo sa: ci sono libri che si leggono, e poi ci sono libri che cambiano il modo in cui si guarda il tempo.
Dan Simmons apparteneva alla seconda categoria. Le sue storie restano. Non come monumenti, ma come esperienze interiori: non è stato soltanto uno scrittore di fantascienza, ma uno scrittore del tempo.
Chi ha letto Hyperion lo ricorda: lì dentro non c’è solo uno space opera colto e ambizioso, ma una riflessione profonda sulla memoria, sulla perdita, sull’inevitabilità delle scelte. Ogni personaggio porta con sé una ferita. Ogni racconto è una confessione.
Simmons aveva il coraggio delle strutture complesse. Non temeva la stratificazione letteraria, i rimandi poetici, l’epica. Eppure, al centro, restava sempre qualcosa di umano. Fragile. Intimo.
Il primo romanzo di Simmons, Song of Kali, fu pubblicato nel 1985. Tra le sue altre opere figurano l’horror sui vampiri Carrion Comfort (1989), Summer of Night (1991), le epopee fantascientifiche Ilium e Olympos, e Drood (2009), ispirato agli ultimi anni di vita di Charles Dickens.
Anche in opere diversissime come The Terror, da cui è stata tratta la serie trasmessa sul canale AMC dal 25 marzo 2018 e distribuita da Amazon Prime Video, il cuore non era soltanto la sopravvivenza nel ghiaccio, ma il confronto con i propri limiti, con la paura, con la dissoluzione dell’identità.
La sua scrittura non consolava.
Interrogava.
Leggerlo ha significato accettare di non avere risposte semplici ma stare dentro il dubbio, nella tensione tra fede e scienza, tra destino e libertà, tra amore e sacrificio.
Forse è per questo che oggi la sua scomparsa lascia un senso particolare: non solo la perdita di un autore, ma la fine di una voce capace di tenere insieme immensità cosmica e dolore individuale.
È tuttavia impossibile ricordare Dan Simmons senza attraversare anche la stagione più controversa della sua vita pubblica. Negli anni successivi all’11 settembre, le sue prese di posizione sul conflitto israelo-palestinese e sull’Islam politico furono nette, talvolta dure, e non prive di generalizzazioni che suscitarono critiche anche tra lettori che lo avevano amato per la sua capacità di abitare l’ambiguità. Il sostegno a Israele fu esplicito; la lettura del terrorismo islamista come minaccia strutturale all’Occidente altrettanto. Non erano sfumature, ma dichiarazioni frontali.
Ed è proprio qui che si apre un nodo interessante, quasi politico nel senso più alto del termine. L’autore che in Hyperion aveva costruito una cattedrale narrativa fondata sulla pluralità delle voci, sull’irriducibilità dell’altro, sull’assenza di un centro morale stabile, nella sfera pubblica scelse una postura più perentoria, meno dialogica. Non è una colpa da assolvere né una bandiera da difendere; è una tensione da riconoscere.
Perché i romanzi che ne hanno costruito la reputazione — da Hyperion a The Terror — restano opere di straordinaria complessità morale, difficilmente riducibili a una visione ideologica univoca. In quelle pagine non c’è propaganda, ma inquietudine; non c’è un tribunale, ma una domanda aperta. Nei suoi mondi non esiste un impero innocente, né una religione senza ombra, né una civiltà destinata per diritto divino a sopravvivere. C’è semmai la consapevolezza che il potere corrompe, che la fede salva e distrugge, che il tempo divora ogni pretesa di purezza.
Ed è questo che rende più complesso il confronto con le sue parole pubbliche. La distanza tra la ricchezza di voci e di sfumature dei suoi romanzi e la nettezza di alcune sue posizioni politiche non è solo una contraddizione biografica, ma qualcosa di profondamente umano: come se lo scrittore capace di raccontare l’altro in tutta la sua complessità avesse poi scelto, nel dibattito pubblico, toni più rigidi e meno disponibili al confronto.
Ricordarlo significa anche accettare questa frattura: la vastità dell’immaginazione e la rigidità di alcune convinzioni. Senza cancellare l’una per difendere l’altra. Perché le opere restano — nella loro capacità di farci sostare nel dubbio, di accompagnarci davanti all’incomprensibile, che sia un dio, un mostro, un ghiaccio eterno o il peso della Storia — ed è forse lì che continua a vivere il cuore più autentico di Simmons.










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