Promachos e il Tamburo da Guerra

Fabrizio Corselli, Promachos e il Tamburo da Guerra - FANTASTICO - Edizioni MondoGreco - 2008 - pagine 174 - giudizio: mediocre

    Fabrizio Corselli, classe 1973, palermitano di nascita ma da qualche tempo residente a Milano dove lavora come Educatore di Sostegno, si definisce scrittore di poesia epico-mitologica e saggista.

    Per le Edizioni Laboratorio Giovanile ha pubblicato nel 2001 I Giardini di Orfeo, raccolta di poesie sui miti greci, ed è redattore della rivista InArte. Si occupa da tempo di promuovere la diffusione della poesia, in particolare di poesia attinente alla cultura classica.

    Continuativa è la sua collaborazione con l’Associazione Internazionale di cultura ellenica MondoGreco, che ha pubblicato sul proprio sito, in forma di e-book, alcuni scritti dell’autore (All’Ombra di una Guerra, rievocazione della battaglia delle Termopili del 480 a.C., Satyros — Viaggio arcadico di un satiro danzante, opera epico-mitologica in due libri) di cui l’ultimo è questo Promachos e il Tamburo da Guerra che è possibile scaricare gratuitamente da questo link.

 

    Introduce l’ultima fatica letteraria di Corselli una sorta di guida alla lettura in forma di intervista, curata da Simona Iovino (disponibile per il free download a questo indirizzo).

    Per l’esattezza è solo la forma del testo a dare l’idea dell’intervista perché le risposte di Corselli, estese e molto strutturate, rendono, si, un’introduzione all’opera, ma dal tono che assumono danno la netta impressione di farlo in maniera altisonante e autocelebrativa.

    Il fatto che Corselli ami in maniera smisurata il ricorrere a grecismi che molto spesso non traduce né tantomeno spiega (non si tratta solo di semplici parole ma anche di concetti che riguardano la mentalità e la cultura di un mondo a noi ‘altro’ come quello della Grecia antica) così l’utilizzo da parte sua di termini tecnico-letterari a volte sinceramente evitabili, ostacolano nella maniera più assoluta il lettore che non abbia una almeno buona cultura classica e umanistica.

    Questo atteggiamento sembrerebbe contrastare con quanto enunciato dallo stesso autore nell’intervista rilasciata a Luca Azzolini per Fantasy Magazine nell’aprile scorso. Cito testualmente: “[…] il mio intento è quello di diffondere la cultura, con un occhio di riguardo a quella classica.”

    Ci si chiede a questo punto se questo sia l’atteggiamento giusto per poter diffondere la cultura classica.

 

    Promachos e il Tamburo da Guerra è un’opera ibrida, che consta di parti narrate e parti poetiche. Il motivo di questa doppia veste formale sta nell’interessante idea di base di Corselli, quella di seguire le gesta di un circolo di individui dediti all’arte del combattimento e al canto lirico (nell’accezione antica di “declamazione di versi accompagnati dal suono della lira”). Il gruppo di personaggi, approdati sulla costa della città di Troia, ne inizia l’esplorazione cogliendo i segni della feroce guerra che vi si è combattuta e imbattendosi in un potente artefatto.

 


Fabrizio Corselli
     L’idea di un circolo di poeti-guerrieri che Corselli chiama Polemadontes (“Cantaguerra”) è molto affascinante. Ma quella del cantore-combattente non è una figura che il nostro ha creato dal nulla, cosa che egli non afferma esplicitamente ma che neanche si adopera a negare, per onestà intellettuale, nell’intervista che introduce il testo: “Nella sua poetica [di Tirteo, poeta spartano vissuto nell’VIII secolo a.C. circa e della cui opera non rimangono che frammenti] viene abbandonata la gloria degli eroi per approdare invece alla miseria dei vinti; del resto, egli viene considerato ‘il poeta della guerra’. Da qui, ho ben pensato di creare questo manipolo di guerrieri-cantori; […]”.

    A prescindere dal fatto che l’affermazione sulla poetica di Tirteo non è del tutto esatta, bisogna ricordare che la figura del poeta-guerriero è antica, nascosta a volte, ma pertinente a diversi ambiti culturali. Mi viene da citare, su tutte, la figura di Odino (Othinn, Wotan, Woden) che è dio della guerra, padre dei caduti, ma anche conoscitore delle formule poetiche (kenningar) e ispiratore di poesia nell’Alto Medioevo germanico-scandinavo. Mi viene in mente Oisìn del ciclo eroico irlandese dei Fianna o Ciclo Ossianico.

    Nel mondo greco antico (e qui si parla di personaggi storici) certamente va ricordato Tirteo, ma come tralasciare lo splendido frammento in cui il poeta Archiloco (VII secolo a.C.) afferma di essere “armigero del dio delle battaglie” e di conoscere, altresì, “il dolce dono delle Muse”? In gran parte della Grecia, almeno fino all’età ellenistica (IV secolo a.C.) ogni cittadino era un soldato. Un vasaio, un piccolo proprietario terriero, un aristocratico. Anche un poeta, anche uno storico (Erodoto, Tucidide e Senofonte, lo erano tutti).

 

    Andando ad analizzare l’ambientazione e la trama, va detto che l’intreccio, pur ambientato nell’antica Grecia, appare decontestualizzato da un punto di vista storico. Certo, si tratta di “un’opera a carattere epico-mitologico” come Corselli stesso la definisce, ma l’autore evita accuratamente ogni descrizione che dia effettivamente il ‘sapore’ dell’ambientazione scelta, oltre che particolarmente amata: in altre parole, le rovine della città di Troia potrebbero benissimo essere le rovine di qualsiasi città, i guerrieri-cantori greci potrebbero essere immaginati, mentre si procede con la lettura, equipaggiati anche con armature medievali, tanto è inesistente l’attenzione per i dettagli, ad eccezione dell’uso di termini greci che a volte, anche per chi il greco antico lo conosce, risulta fastidiosamente presuntuoso e fuori luogo.

 

    L’intreccio vero e proprio è pressochè inesistente. Corselli insiste nell’affermare che l’anima del suo testo è l’Eikos, vale a dire il circolo poetico che i guerrieri protagonisti formano quando, a turno, cantano episodi bellici per rendere omaggio a vincitori e vinti della guerra troiana. Ebbene, anche in una trama ridotta all’osso per precisa volontà dell’autore, esistono delle situazioni al limite del ridicolo: nel vagare tra le rovine di Troia, i cantori-guerrieri si imbattono, all’inizio, in una “statua di sabbia” che li lascia immobili ed esterrefatti. All’azione risolutiva di Melesigenes che intona un canto per tentare di sbloccare l’impasse dei compagni, la sabbia si alza rivelando nientemeno che il famoso cavallo di Troia (dòlos, “inganno”, lo chiama Omero, ma questo grecismo è di chi scrive, non di Corselli).

    Qualsiasi lettore abbastanza attento può rendersi conto di quanto sia forzata, irreale e assolutamente fuori luogo questa situazione.

 

    A parte la genuina, ammirevole passione per il mito greco e una sufficiente conoscenza dello stesso, Corselli ha uno stile pedante, mai snello e avvincente, e terribilmente noioso. Alcuni passaggi mostrano gravi ingenuità nella costruzione sintattica, ripetizioni, scelte lessicali assai discutibili e non basta un pugno di termini ricercati per elevare uno stile che vuole solo essere tale a tutti i costi.

 

    Veniamo alle parti poetiche, quelle che dovrebbero essere l’anima dell’opera. Corselli scrive le sezioni liriche della sua opera in versi liberi. Nulla da eccepire se non una constatazione da fare. Questa rievocazione della poetica antica, che per sua definizione rientrava in precisi schemi formali, inizia quindi con una forte differenza con il modello di riferimento.

    Si ha l’impressione, procedendo nella lettura dei versi, che le parti poetiche siano identiche a quelle in prosa (o il contrario): scarsa musicalità, ritmo monotono, la scelta dei termini lessicali è ugualmente spesso volta a una ricercatezza fine a se stessa. L’unica differenza con le parti narrative sembra essere la divisione in versi.

 

    Genuina passione per il mito classico, interessante idea di fondo e fruibilità dei propri scritti grazie alla distribuzione gratuita (cosa assai rara anche per gli autori esordienti) sono indiscutibili pregi di Corselli.

    Ma non bastano certo a rendere minimamente piacevole la lettura di Promachos e il Tamburo da Guerra, opera dagli alti intenti letterari (cosa che si evince anche dai toni dell’intervista introduttiva) non corrisposti dalla reale abilità tecnico-narrativa, poetica e stilistica del suo autore.

Autore: Andrea Massacesi - Data: 25 giugno 2009

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1 La scelta stilistica di Corselli (volutamente ed esplicitamente elevata) è perfettamente coerente con la sua poetica, e con l'indole della materia trattata. Non credo gli si possa rimproverare una scarsa efficacia narrativa. La poesia, anche quando ha un respiro poematico e narra una storia, resta poesia, e conserva un carattere prevalentemente lirico, più che realistico e referenziale. Quest'ultimo carattere, certo, rischia di conferire al discorso un'apparenza dispersiva, come di un ordito di lampi ed illuminazioni isolate. Ma spesso proprio la disorganicità, la scarsa unitarietà, l'eccessiva arditezza dei passaggi e delle concatenazioni d'idee sono state rimproverate ai poeti (da Omero, la cui opera, ad un filologo dell'Ottocento, appariva soltanto "un raffazzonato centone", a Pindaro a Foscolo) che hanno sfidato l'"alto volo" di una poesia epica ed eroica (lo stesso si potrebbe dire, forse, a proposito di "Omeros" di Derek Walcott). Né la sua poesia è priva di ritmo. Semplicemente, la sua versificazione, ricalcando piedi e metri classici a cui il nostro orecchio non è più abituato, appare troppo desueta e remota per suonare familiare ed accetta alla sensibilità del lettore medio odierno (peraltro scarsamente abituato alla poesia). Infine, la sintassi di Corselli (colma di inversioni, anastrofi, iperbati, insomma di figure ed artifici tipici delle lingue classiche) è certo ardita (in rapporto all'odierno italiano standard), ma tutt'altro che "ingenua", e anzi estremamente (forse fin troppo) elaborata. Né i suoi sfoggi di erudizione sono gratuiti, ma rispondono ad una fantasia sovreccitata (dionisiaca, ovidiana, dannunziana) che ha già fatto proprio, e per così dire bruciato nel suo fuoco creativo, tutto un patrimonio culturale, e ne fa materia di nuova, infaticabile creazione. D'altro canto, il poeta si dice nymphòleptos, "rapito dalle ninfe" come Socrate, arso e invasato dalle fonti vive della conoscenza. Non si esce, stilisticamente, illesi da un simile, perpetuo rogo.

» postato da (Matteo Veronesi) alle 22:14 del 27-06-2009

2 Sarà che ormai di casi simili ne ho già visti a iosa, ma la prima cosa che ho pensato di fronte al commento di Matteo è che dietro il suo nome si nasconda in verità l'autore o al massimo una persona a lui molto vicina. Spero vivamente che non sia così, perché sarebbe molto triste...

» postato da Okamis alle 23:03 del 27-06-2009

3 «Sarà che ormai di casi simili ne ho già visti a iosa, ma la prima cosa che ho pensato di fronte al commento di Matteo è che dietro il suo nome si nasconda in verità l'autore o al massimo una persona a lui molto vicina. Spero vivamente che non sia così, perché sarebbe molto triste...» Ho avuto la tua stessa impressione.

» postato da by Ax alle 23:28 del 27-06-2009

4 Sono Andrea Massacesi, il recensore. Scrivo per rispondere all'articolato e aulico intervento di Matteo Veronesi. Tagliando corto, perchè gli sproloqui non mi piacciono, caro Matteo, nè tantomeno le ricercatezze stilistiche perchè qui non siamo a fare esercizi di forma, io considero questo scritto di Corselli privo delle elementari (e sottolineo il termine 'elementari') basi tecniche narrative e poetiche. E basta, per favore, con i paragoni con Omero e la poesia antica: tralasciando giudizi di valore, che comunque sarebbero impietosi per Corselli come per molti, molti altri, siamo di fronte a forme diverse (e sottolineo 'diverse') di poetica, così come a funzioni culturali differenti di quest'ultima. E poi come fai a dire che 'la sua versificazione ricalca metri classici'? Ma stai scherzando? Sai cos'è il verso antico? Qui siamo di fronte a versi liberi, mentre i versi antichi erano tutt'altro, tenendo presente che il metro stesso che noi ricostruiamo non rende la musicalità di una lingua che aveva quantità vocaliche che noi abbiamo perduto. Andrea Massacesi

» postato da Jon Snow alle 10:08 del 28-06-2009

5 Chi non ha la pazienza di fare esercizi di forma non deve occuparsi di letteratura. "C'è una sola scienza al mondo, suprema: la scienza delle parole. Chi conosce quella conosce tutto, perchè tutto esiste solamente per mezzo del verbo" "Tutto vive e tutto perisce per la forma". Questo diceva uno che di letteratura ne sapeva un po' più di noi. D'altro canto, proprio sulla forma vertono gli appunti che tu muovi a Corselli. Come ho già cercato di spiegare, è evidente che un testo poetico, anche se di respiro e ambizione poematici, non può essere giudicato alla luce delle strutture narrative che normalmente si applicano ad una narrazione in prosa. Più interessante il discorso dei versi antichi. La teoria dell'isocronia (che qui non spiego in dettaglio perché farei sterile esercizio di forma) considera la nostra scansione metrica meno lontana di quanto si creda dall'originario valore quantitativo delle sillabe. Come che sia, anche prima del Carducci delle "Odi barbare" la metrica italiana ha ricalcato ed emulato in metri classici. Ad ogni modo, è stato, paradossalmente, proprio il Carducci barbaro, introducendo nella versificazione italiana la traccia e l'eco dei piedi e dei metri classici, ad alterare la metrica italiana tradizionale, aprendo così la strada al verso libero. Il D'Annunzio di "Alcyone" e di "Maia" scrive con grande libertà metrica, eppure nel contempo arieggia, consapevolmente, i "numeri", cioè le unità metriche, della prosodia classica. Appunto perché la metrica classica era quantitativa e legata alla musica, non è possibile renderla con la tradizionale versificazione accentuativa italiana, ma con strutture diverse e più varie (come vario è, nelle sue diverse combinazioni, il distico elegiaco carducciano). Per converso, da esperto di metrica classica, rileggi, nell'originale, le Odi di Pindaro, o certi cori di Aristofane e di Euripide: sostituzioni, soluzioni, irregolarità, anomalie, libertà che avrebbero sconcertato un futurista; "numeri innumeri", "anàrithmoi àrythmoi", come li chiamavano gli antichi. Numeri, misure aperti verso l'infinito, come l'Innombrable di Baudelaire. Veniamo, più modestamente certo, a Corselli. Che dal solenne Magdis tetracorde viene diffusa come mite alveare di percosse api ecco la clausola aurea, peone primo seguito da spondeo (Màgdis tetracòrde), e il dattilo più spondeo (mìte alveàre), e ancora la clausola dispondiaca (percòsse àpi). Ma c'è anche, poco dopo, la più incisiva ed energica scansione binaria del giambo: si èrge agli òcchi di una nìnfa agrèste (nella metrica classica, le cui regole tu mi insegni, "vocalis longa est si consona bina sequantur";). Sia chiaro, questo genere di poesia può non piacere. In certi passaggi lo trovo un po' ridondante, un po' "anticato", avrebbe detto Leopardi, più che autenticamente antico, perfino io. Ma non si possono disconoscere la cultura, lo studio, la ricerca, e soprattutto, per l'appunto, il lavorìo formale, che ci sono dietro. Non è un romanzo, è bene ripeterlo. E' un libro di poesia.

» postato da matteoveronesi alle 21:18 del 28-06-2009

6 Chi non ha la pazienza di fare esercizi di forma non deve occuparsi di letteratura. "C'è una sola scienza al mondo, suprema: la scienza delle parole. Chi conosce quella conosce tutto, perchè tutto esiste solamente per mezzo del verbo" "Tutto vive e tutto perisce per la forma". Questo diceva uno che di letteratura ne sapeva un po' più di noi. D'altro canto, proprio sulla forma vertono gli appunti che tu muovi a Corselli. Come ho già cercato di spiegare, è evidente che un testo poetico, anche se di respiro e ambizione poematici, non può essere giudicato alla luce delle strutture narrative che normalmente si applicano ad una narrazione in prosa. Più interessante il discorso dei versi antichi. La teoria dell'isocronia (che qui non spiego in dettaglio perché farei sterile esercizio di forma) considera la nostra scansione metrica meno lontana di quanto si creda dall'originario valore quantitativo delle sillabe. Come che sia, anche prima del Carducci delle "Odi barbare" la metrica italiana ha ricalcato ed emulato in metri classici. Ad ogni modo, è stato, paradossalmente, proprio il Carducci barbaro, introducendo nella versificazione italiana la traccia e l'eco dei piedi e dei metri classici, ad alterare la metrica italiana tradizionale, aprendo così la strada al verso libero. Il D'Annunzio di "Alcyone" e di "Maia" scrive con grande libertà metrica, eppure nel contempo arieggia, consapevolmente, i "numeri", cioè le unità metriche, della prosodia classica. Appunto perché la metrica classica era quantitativa e legata alla musica, non è possibile renderla con la tradizionale versificazione accentuativa italiana, ma con strutture diverse e più varie (come vario è, nelle sue diverse combinazioni, il distico elegiaco carducciano). Per converso, da esperto di metrica classica, rileggi, nell'originale, le Odi di Pindaro, o certi cori di Aristofane e di Euripide: sostituzioni, soluzioni, irregolarità, anomalie, libertà che avrebbero sconcertato un futurista; "numeri innumeri", "anàrithmoi àrythmoi", come li chiamavano gli antichi. Numeri, misure aperti verso l'infinito, come l'Innombrable di Baudelaire. Veniamo, più modestamente certo, a Corselli. Che dal solenne Magdis tetracorde viene diffusa come mite alveare di percosse api ecco la clausola aurea, peone primo seguito da spondeo (Màgdis tetracòrde), e il dattilo più spondeo (mìte alveàre), e ancora la clausola dispondiaca (percòsse àpi). Ma c'è anche, poco dopo, la più incisiva ed energica scansione binaria del giambo: si èrge agli òcchi di una nìnfa agrèste (nella metrica classica, le cui regole tu mi insegni, "vocalis longa est si consona bina sequantur"). Sia chiaro, questo genere di poesia può non piacere. In certi passaggi lo trovo un po' ridondante, un po' "anticato", avrebbe detto Leopardi, più che autenticamente antico, perfino io. Ma non si possono disconoscere la cultura, lo studio, la ricerca, e soprattutto, per l'appunto, il lavorìo formale, che ci sono dietro. Non è un romanzo, è bene ripeterlo. E' un libro di poesia. Matteo Veronesi

» postato da (Matteo Veronesi) alle 23:11 del 28-06-2009

7 Credo che lettori e forumers di Fantasy Magazine non siano così interessati a infiniti scambi di idee su una recensione. Non so se è anche questo il tuo pensiero, Matteo. Continuerò a chiamarti così anche se qualcuno prima di me come puoi leggere ha avuto il sospetto, che posso anche condividere basandomi sui tuoi toni, sulla tua strenua difesa dell'autore del testo recensito e sul tuo stile, che tu sia in realtà Fabrizio Corselli. Dunque, questo è il mio ultimo intervento in merito. «Chi non ha la pazienza di fare esercizi di forma non deve occuparsi di letteratura.» E i contenuti, dove li mettiamo? Ce li infiliamo in tasca? «D'altro canto, proprio sulla forma vertono gli appunti che tu muovi a Corselli.» Assolutamente falso. Sei pregato di rileggere la mia recensione. I miei 'appunti' vertono su: 1) l'idea di base; 2) i contenuti; 3) la tecnica; 4) lo stile; 5) la capacità di trasmettere emozioni al lettore che, formalismi a parte, credo converrai con me che è il veicolo principe del linguaggio poetico. «Come ho già cercato di spiegare, è evidente che un testo poetico, anche se di respiro e ambizione poematici, non può essere giudicato alla luce delle strutture narrative che normalmente si applicano ad una narrazione in prosa.» Sei nuovamente invitato a rileggere la mia recensione. Ho analizzato separatamente testo poetico e testo narrativo e ho esposto le mie considerazioni a riguardo di ciascuna sezione dell'opera. «Più interessante il discorso dei versi antichi. » Ti ringrazio sentitamente per la tua lezione sulla metrica classica e sui modelli e metodi di ricezione del verso antico nella poesia moderna e contemporanea. Nulla da eccepire se non una cosa, in merito ai versi "corselliani", che riporto qui di seguito. «Che dal solenne Magdis tetracorde viene diffusa come mite alveare di percosse api ecco la clausola aurea, peone primo seguito da spondeo (Màgdis tetracòrde), e il dattilo più spondeo (mìte alveàre), e ancora la clausola dispondiaca (percòsse àpi). Ma c'è anche, poco dopo, la più incisiva ed energica scansione binaria del giambo: si èrge agli òcchi di una nìnfa agrèste» Il 'lavorìo formale' di cui tu parli contempla l'uso di quale metro? Allora anche la mia recensione è in versi. Ti invito a rileggerla anche sul piano formale, dunque. «Non è un romanzo, è bene ripeterlo. E' un libro di poesia.» E allora Corselli avrebbe forse fatto meglio a scrivere un libro di poesie. Magari ben altri letterati e esperti di stile poetico (o 'poematico') lo avrebbero analizzato con più competenza di quanto abbia fatto io. Resta il fatto che, per me, quest'opera sia nella parte narrativa sia in quella poetica rimane assolutamente insulsa. Distinti saluti. Andrea Massacesi

» postato da Jon Snow alle 23:43 del 28-06-2009

8 Non è detto che l'elaborazione formale sia presente solo nei poeti che utilizzano il verso regolare. Essa si incontra anche in quelli che usano il verso libero. Altrimenti Ungaretti non sarebbe un poeta. Una poesia in versi liberi non diventa automaticamente prosa, resta una poesia, e può contenere comunque, pur non essendo costituita di versi classificabili secondo i criteri tradizionali, unità e nuclei metrici e ritmici. Ciò vale anche per la prosa (non per nulla esiste anche il "poème en prose"), qualora abbia un carattere metaforico, lirico, allusivo, immaginifico, e una particolare ricchezza fonica e ritmica; il che difficilmente può accadere in una recensione, indipendentemente da chi ne sia l'autore. Ad ogni modo, concordo che è meglio chiudere qui il discorso. Come disse un grande dell'Ottocento, siamo due spadaccini che combattono al buio.

» postato da (Matteo Veronesi) alle 01:48 del 29-06-2009

9 Vediamo se reggo il livello del discorso ;) In questo scambio di vedute, nel quale trovansi non poche, assurde convolutezze linguistiche, delle quali mi sento di dire, nel migliore dei casi, che sono, è vero, d'eleganza inusitata, ma inutili e ridondanti, noto soprattutto un elemento. Noto, e mi perdonerete per averlo fatto a mia volta notare, che il presunto matteoveronesi, certamente colto, e fors'anche colto sul fatto, non si è peritato nemmeno una volta di negare la sua identità con il Corselli, identità corroborata dalla sua apparente conoscenza oserei dire intima delle motivazioni e delle metodiche dell'autore, sì tanto intima da permettergli di vedere cose che nessun altro, lettore o recensore, vede. Orbene, mi permetto di dire, se il veronesi e il Corselli sono la stessa persona, o se il veronesi è intimo amico, oppure compagno, del Corselli, sicuramente avrà questa conoscenza di prima mano; tuttavia la poesia, siccome la prosa e le altre forme d'arte tutte, ha come obiettivo principale la comunicazione, vuoi d'eventi, vuoi d'emozioni, vuoi di una pura bellezza. Se l'unico modo per recepire cotanta comunicazione, nel Corselli, è essere l'autore, o un suo intimo amico, un pensiero mi sovviene: c'è qualcosa che non va, forse, nel poema in discussione, che fallisce, appunto, di comunicare, ovvero fallisce il suo intento principale. Affettuosamente vostro Duke Valentine Al secolo Luca A. Volpino P.s.: Con questa risposta, ritengo anche dimostrato che si possono scrivere cose in italiano corretto, elaborato e linguisticamente "alto", ma di un palloso mostruoso, e stilisticamente inappropriate all'argomento trattato :)

» postato da Duke Valentine alle 08:26 del 29-06-2009

10 «Non è detto che l'elaborazione formale sia presente solo nei poeti che utilizzano il verso regolare. Essa si incontra anche in quelli che usano il verso libero. Altrimenti Ungaretti non sarebbe un poeta. Una poesia in versi liberi non diventa automaticamente prosa, resta una poesia, e può contenere comunque, pur non essendo costituita di versi classificabili secondo i criteri tradizionali, unità e nuclei metrici e ritmici. Ciò vale anche per la prosa (non per nulla esiste anche il "poème en prose";), qualora abbia un carattere metaforico, lirico, allusivo, immaginifico, e una particolare ricchezza fonica e ritmica; il che difficilmente può accadere in una recensione, indipendentemente da chi ne sia l'autore. Ad ogni modo, concordo che è meglio chiudere qui il discorso. Come disse un grande dell'Ottocento, siamo due spadaccini che combattono al buio. » Non vorrei dare fuoco alle polveri.. Ma cos'è che "difficilmente può accadere in una recensione"? La parte iniziale è l'esposizione di una tesi, sulla quale non discuto, il recensore è assolutamente qualificato per farlo, ma questa frase non la capisco. Se c'è buio, per favore qualcuno accenda la luce.

» postato da Manex alle 12:45 del 29-06-2009

11 Quanto alla mia identità, confermo che (come avevo del resto già scritto in un messaggio che qualcuno ha inesplicabilmente cancellato dal forum) sono Matteo Veronesi, persona reale, e distinta da Fabrizio Corselli. Chi ne dubita può ottenere conferma contattandomi all'indirizzo e-mail contenuto nel mio sito. Non sono il suo "compagno", dato che siamo entrambi felicemente sposati (con donne). Non l'ho mai incontrato di persona. Passando a questioni serie o semiserie, spesso accade che la letteratura sia, o appaia ad un certo pubblico, "pallosa". Dubito che Euripide, Dante o Leopardi possano essere definiti divertenti. A ciò si aggiunga che esigono, per essere anche solo compresi, prima ancora che apprezzati, una notevole cultura, o addirittura erudizione, o l'ausilio di un apparato di note. Il che non significa che debbano essere buttati nel pattume. Ovvio che la letteratura d'evasione e di consumo (la cosiddetta "paraletteratura") viene giudicata con parametri diversi da quelli che si applicano alla letteratura d'arte (analogamente, la musica colta e quella popolare, o "musica d'uso", rispondono ad esigenze, aspettative e criteri differenti: dubito che Bach possa essere giudicato divertente, travolgente o psichedelico, eppure credo valga la pena ascoltarlo). Alla letteratura di consumo si chiede di essere avvincente, coinvolgente, "mozzafiato". Alla letteratura d'arte di avere uno spessore culturale e di denotare una ricerca stilistica, un lavoro sul linguaggio e sulla forma in quanto tali, indipendentemente dal contenuto. L'arte ha in se stessa il proprio fine. E' ovvio che lo stile aulico applicato a contenuti ordinari produce un effetto parodico (è quello che volutamente fa, ad esempio, Parini nel "Giorno"). Se il tema è arduo, denso, elevato, allora lo stile sostenuto diventa una necessità espressiva (come ad esempio in Hermann Broch). Non che i contenuti non abbiano importanza o siano del tutto indifferenti (come peraltro è stato sostenuto). Semplicemente, hanno rlievo solo in relazione alla forma. "Tutto vive, tutto perisce per la forma", senza la quale la letteratura non esisterebbe in quanto tale, o coinciderebbe (come oggi spesso accade) con il balbettio grigio e indistinto dell'omologazione mediatica e della chiacchiera ordinaria. Veniamo alla recensione. Il mio interlocutore aveva sostenuto che, se nel verso libero, non regolare, usato da Corselli venivano ravvisate unità ritmiche e figure di stile, allora lo stesso si sarebbe potuto fare in qualsiasi testo, anche in prosa, compresa la sua recensione. Io ho osservato che anche la prosa può, talora, avere un andamento, un ritmo e una portata evocativa affini a quelli della poesia (basti pensare al "poème en prose" di Baudelaire o alla prosa di un Gibran). Ma difficilmente una recensione può essere redatta in prosa poetica. Ecco perché l'analisi stilistica della sua recensione sarebbe stata fuori luogo. Tengo a precisare che non avrei affrontato dotte e tediose questioni di metrica classica se il recensore non mi avesse accusato di "non aver mai visto un verso antico". Ma chiudiamo qui, spero definitivamente, il discorso.

» postato da (Matteo Veronesi) alle 14:26 del 29-06-2009

12 Ecco il collegamento al mio sito, che si può inserire solo scrivendo da "utente registrato": http://it.geocities.com/matteoveronesi Come ho detto, chi dubita della mia identità (reale e distinta da quella di Corselli) non ha che da contattarmi tramite l'e-mail indicata in fondo alla mia rudimentale home page.

» postato da matteoveronesi alle 15:46 del 29-06-2009

13 Matteo, se inizialmente ho dubitato su chi ci fosse dietro al tuo nome, ora mi devo ricredere. Chiedo scusa pubblicamente.

» postato da by Ax alle 16:10 del 29-06-2009

14 Non c'è bisogno di scuse. Il malcostume di recensirsi da sé sotto falso nome è molto diffuso, in rete come sulla carta stampata, e ha anche precedenti illustri (Umberto Saba arrivò a scrivere un libro su se stesso sotto pseudonimo). Semplicemente non è questo il caso, anche se così poteva apparire. Invero, Dante tratta i "falsari di persona" piuttosto brutalmente. Ma erano altri tempi. Non mi sono offeso neppure per l'insinuazione che io fossi il "compagno" di Corselli. In Spagna, nell''82, si parlò della "tenera amicizia" fra Cabrini e Rossi... poi andò a finire bene (il Mondiale, l'amicizia non si sa). Decisamente oltraggiosa era, semmai, l'accusa di ignorare la metrica... Per questo sì che potrei sporgere querela.

» postato da (Matteo Veronesi) alle 01:46 del 02-07-2009

15 Ho seguito in silenzio la discussione. Dal momento che ho letto l'opera di Corselli mi permetto a questo punto di intervenire. Premetto che la mia conoscenza del greco antico (poesia , prosa, metrica e quant'altro) è limitata agli studi liceali corredati da approfondimenti personali, tuttavia posso dire di conoscere gli autori (greci e non) citati da Matteo, nonché Bach, piuttosto bene. Per quanto riguarda le affermazioni di Matteo, noto una discriminante molto accentuata tra letteratura "alta" (arte) e letteratura "bassa" (non arte), posizione che ritengo assai anacronistica e legata ad un concetto obsoleto di cultura. Esistono, è vero, delle differenze di livello tra le varie espressioni artistiche, ma non legate al concetto che la forma possa essere sostituibile alla sostanza. "Tutto vive, tutto perisce per la forma": mi vengono in mente (per Matteo l'esempio sarà molto terra-terra) Mozart e Salieri: la loro differenza è solo nella forma? Non credo proprio. Nello specifico, un lettore definisce "pallosa" un'opera che lo annoia, non un'opera poco divertente. Ovvero, qualcosa che non gli comunica niente. Dante, Euripide e gli altri che hai citato, sono dei grandi perché capaci di trasmettere sensazioni , belle o brutte che siano. (Tra parentesi la Commedia di Dante veniva letta nelle taverne, e probabilmente era considerata paraletteratura dall'Intellighenzia di quel tempo). A questa loro capacità ovviamente si aggiunge una forma capace di amplificare i contenuti: da qui il capolavoro. Tuttavia, se ancora oggi apprezziamo Omero è per quello che ci racconta, così universale da portarci a superare le difficoltà di un linguaggio ormai lontano. Nel poema di Corselli avviene il contrario: la forma (il linguaggio) sarà anche perfetta, frutto di un lungo studio, ma la sostanza è praticamente assente. Non vi ho trovato né storia né emozioni, come quegli interminabili esercizi al pianoforte per sciogliere le dita: tecnici, perfetti magari, ma di una noia mortale. Per questo motivo, credo, difficilmente "Promachos" potrà essere apprezzato al di là di un circolo ristretto di persone. P.S. Tutto si può dire di Bach tranne che non sia travolgente (secondo la mia opinione, naturalmente)

» postato da Kinzica alle 11:12 del 02-07-2009

16 «P.S. Tutto si può dire di Bach tranne che non sia travolgente (secondo la mia opinione, naturalmente)» E psichedelico ;) "Quest'uomo non è un ruscello (Bach = Ruscello), quest'uomo è un fiume in piena!"

» postato da Duke Valentine alle 11:34 del 02-07-2009

17 Ottimo intervento Cris! Lo sostengo in toto! :burning

» postato da un muspeling alle 14:25 del 02-07-2009

18 Mah. Bach è travolgente se eseguito da Glenn Gould. Da Rosalyn Turek, al clavicembalo, un po' meno. L'esecuzione di quest'ultima era meno geniale, ma più filologica. Chi lo definisce un fiume in piena temo l'abbia scambiato per Beethoven. Dante considerato paraletteratura?! Assolutamente no. Mai. Anzi, da "poeta theologus" qual era, veniva guardato con sospetto e fastidio proprio per il suo eccesso di erudizione. I cronisti dell'epoca lo dipingono come un intellettuale distante e sdegnoso. Insomma il Dante di Benigni può apparire simpatico, ma è piuttosto lontano da quello storico (per il quale, semmai, è meglio rifarsi alla dimenticata "Vita di Dante" di Vittorio Cottavafi, con un grande Albertazzi). Voltaire diceva che la grandezza di Dante (poeta del buio Medioevo) non veniva mai messa in discussione per il semplice fatto che nessuno lo leggeva. Ecco a cosa porta un razionalismo dogmatico (nel caso di Voltaire, poi, anche ad aberrazioni ben peggiori, come l'antisemitismo). Quello che veniva letto, o meglio recitato a memoria, nelle taverne era Cecco Angiolieri (unitamente ai sonetti burleschi di Dante, non certo alla "Commedia"). Purtroppo lo stereotipo di Dante "popolare" (come quello, ottocentesco, del genio ispirato) è duro a morire. "O voi, che siete in piccioletta barca .... tornate e riveder li vostri liti.....", direbbe lui.

» postato da (Matteo Veronesi) alle 04:04 del 13-07-2009

19 OT/ Ah beh, io non ho paura di smarrirmi nel pelago. :wink: Non continuo su questo argomento perchè siamo già OT.

» postato da Kinzica alle 12:33 del 13-07-2009

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