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Il trono dell'agonia

Più che famoso, Uwe Boll è famigerato. Per usare un eufemismo, i suoi film, quasi tutti tratti da videogiochi, non sembrano essere venuti granché bene. Adesso, per la felicità degli appassionati di fantasy, il regista tedesco di BloodRayne, Alone in the Dark e House of the Dead ha appena ultimato la lavorazione di In the Name of the King: A Dungeon Siege Tale, “atteso” sugli schermi americani in agosto. Ricalcato qua e là sul Signore degli Anelli, il lungometraggio si propone in realtà come traduzione per il cinema di Dungeon Siege, vendutissimo hack and slash per Pc dall’impronta ruolistica, che ha da poco raggiunto quota tre episodi.
Dopo due avventure su personal computer e relative espansioni, la serie si è intanto momentaneamente spostata su Psp, la consolle portatile Sony. Dungeon Siege: Throne of Agony (di Supervillain, edito da 2K Games), terzo capitolo della saga, riprende la storia là dove si era interrotta, con il continente fantastico di Aranna sconvolto da un nuovo, terribile cataclisma. Sullo sfondo di un mondo fantasy in rovina, tre personaggi in cerca del loro destino, che è nascosto nelle misteriose terre del nord. Sono Serin, una figura tragica, cieca e tormentata da nefaste visioni, le cui risposte albergano forse in quelle lande inospitali ai margini del regno; Mogrim, un guerriero gigantesco, mosso dal desiderio di scoprire le proprie origini dimenticate; e Allister, un mago, che in quelle terre spera di rincontrare il suo perduto amore. Il viaggio, irto di pericoli e difficoltà come ogni saga fantasy insegna, finirà per riservar loro più di quanto vogliano trovare.
Oltreché tre diversi protagonisti da interpretare, Serin, Mogrin e Allister rappresentano i tre sentieri principali lungo cui il giocatore può incamminarsi nel mondo di Throne of Agony, ossia quello del ranger, del guerriero e del mago. Scelte di massima che possono comunque essere affinate nel corso dell’avventura, che offre un sistema di sviluppo dei personaggi sofisticato per trattarsi di un titolo portatile.
Accanto alla varietà concessa dal processo evolutivo, che termina in una quindicina di classi leggendarie, l’aspetto più interessante è dato dalla presenza di seguaci, a loro volta soggetti al miglioramento delle proprie abilità. A quelli disponibili all’inizio, sempre con l’idea di equilibrare le forze in campo, se ne aggiungono altri durante il viaggio, che segue i dettami del genere portato al successo da Diablo, nell’ottica però più d’azione di prodotti console come Baldur’s Gate: Dark Alliance. Si incrociano quindi le lame e si lanciano incantesimi, che riempiono lo schermo di esplosioni luminose colorate; si combattono mostri man mano più grossi e orrendi, tenendo una mano sulla spada e un occhio sulle statistiche.
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