E’ vero il detto “tradurre è un po’ come tradire”? E quanto nella traduzione da un originale viene perso, o aggiunto, da un traduttore?

Questa è una domanda “tecnica” che mi tocca molto da vicino: frequento spesso convegni, seminari, insomma molte delle situazioni in cui si parla di questi temi. Avrei parecchio da dire in merito, ma qui cercherò di riassumere al massimo le mie idee. Tradurre narrativa, specie da una lingua così diversa dalla nostra come l’inglese, significa interpretare molto, e in definitiva riscrivere. Eppure la sfida della fedeltà è qualcosa che un traduttore deve tenere continuamente presente. Il risultato finale sarà qualcosa di “altro”, ma l’importante è che rimanga intatto lo spirito, l’atmosfera dell’originale. E questo può avvenire solo se il libro sembra scritto direttamente in italiano, altrimenti ci si ritrova in mano un ibrido, qualcosa che sembra lasciato a metà. E di conseguenza la lettura risulta difficoltosa, poco appassionante. Poi ci sono tanti trucchi del mestiere che si imparano negli anni, come ad esempio togliere in un punto (quando qualcosa si perde per forza nel passaggio da una lingua all’altra, perché non esiste un corrispettivo esatto) e aggiungere in un altro, in modo che l’equilibrio resti. Insomma, traducendo si tradisce, sì, ma l’importante è rimanere fedeli all’opera nel suo complesso.

Quali sono i tuoi hobby, il passatempo preferito, cosa ti piace leggere? E quali sono i tuoi autori preferiti?

Amo girare a piedi, sia nelle città che in mezzo alla natura, prendere il sole in spiaggia (con un libro, naturalmente), visitare posti nuovi, paesi stranieri. Leggo un po’ di tutto, in particolare narrativa, affidandomi all’istinto, ai consigli di amici, a una recensione. Mi piace pensare che i libri ci capitino in mano quando devono, che non ci sia bisogno di cercarli molto lontano. Sono tanti gli autori che ho amato, nella mia vita, tra cui direi innanzitutto il Nabokov di Lolita, e poi Dorothy Parker, Milan Kundera, Jorge Amado, Colette, García Márquez, Luciano Bianciardi, Il nome della rosa di Umberto Eco, John Fante… non posso nominarli tutti!

Valeria, qual è stato il tuo rapporto con gli artisti tradotti? Quali sono state le principali difficoltà e quali i punti d’incontro con loro? Chi è l’autore col quale hai lavorato meglio?

L’unica autrice da me tradotta che ho conosciuto di persona è stata Diana Gabaldon, e i suoi romanzi – nove grossi tomi per un totale di circa 6000 pagine! – sono forse quelli che ho trovato più congeniali, anche grazie all’umorismo di cui parlavo sopra. Lei mi ha fatto i complimenti perché aveva sentito parlare bene delle mie traduzioni, tuttavia non c’è stato nessuno scambio riguardo al mio lavoro, dato che non conosce l’italiano. Inoltre bisogna tenere conto che negli USA si traduce poco (il 3 per cento di tutte le opere pubblicate, contro il nostro 20): che scrittori e lettori americani tendano ad avere una visione ‘anglocentrica’ del mondo, e della letteratura? L’anno scorso, invece, ho tradotto un libro dal francese e gli autori hanno voluto vedere in anteprima la mia traduzione, dato che sapevano bene l’italiano: mi hanno contestato alcuni termini, ma sono stata felice del loro interessamento! A volte mi è capitato di tradurre libri di autori, in qualche caso anche di una certa fama, che scrivevano davvero male, e lì sì che ho “tradito” a tutto spiano! Non mi sono posta il problema della fedeltà, se non altro perché tradendoli sentivo di fare loro un favore! E a quel punto il traduttore svolge anche un lavoro di editing, come al solito nell’ombra…

Che libro stai traducendo in questo momento?

Mi è stato appena proposto un breve memoir dal francese, una storia molto commovente. L’ho letta e so già che, data la mia forte partecipazione emotiva ai libri che traduco, soffrirò non poco.

Spesso si pensa a un traduttore come a un “autore mancato”, o a un “autore in potenza”. Hai mai desiderato scrivere un romanzo tutto tuo? L’hai fatto?

Penso che un traduttore sia un autore, punto. Solo che riscrive libri altrui. Certo, tradurre è

L'autrice, Diana Gabaldon
L'autrice, Diana Gabaldon

meno impegnativo che scrivere un libro di sana pianta, ma la parte autoriale, creativa, rimane, secondo me. Basta confrontare le versioni di due traduttori diversi, per capire quanto ognuno ci mette di sé!  A ogni modo sì, mi sono cimentata nella scrittura di racconti, anni fa. Ero severissima con me stessa, e quindi passavo ore a limare, riscrivere, non ero mai soddisfatta… Alla fine sono venuti fuori almeno tre racconti abbastanza buoni, credo, che insieme a quelli di altri quattro amici “aspiranti scrittori” proponemmo a un editore in una antologia. Il leit motiv era la musica, ci avevamo lavorato sodo tutti quanti, e io mi presi l’impegno di spedire il malloppo per raccomandata. Nessuno ci rispose, mai. Fu una delusione moltiplicata per cinque. Capisco che gli editori italiani ricevano ogni giorno tanti manoscritti, però sarebbe carino se mandassero almeno due righe di risposta… Per giunta, l’anno dopo mi è capitato di leggere un romanzo breve che conteneva brani sorprendentemente simili a uno di quei miei racconti, e mi è venuto il forte sospetto di essere stata plagiata: che rabbia! Poi è arrivata la Gabaldon, comunque, e non ho più avuto il tempo materiale per scrivere cose mie.

Cosa ti affascina del fantasy e cosa non ti piace?

Non sono una grande lettrice di fantasy, ma mi sono ripromessa di colmare almeno in parte questa lacuna: si accettano consigli di lettura!! Comunque del genere fantasy mi piace il fatto di vedere stravolte certe realtà che diamo normalmente per scontate: lo trovo stimolante, dal punto di vista di lettrice, specie se la trama riesce a essere coerente con questi stravolgimenti. Quello che non mi piace, ma forse si tratta di un pregiudizio, è che la forma stilistica passi a volte in secondo piano rispetto all’intreccio.