Capita che io non sia capace di fare interviste – ma sono piuttosto bravo a chiacchierare dietro una tazza di caffè. E a tendere imboscate.

Sì, questa chiacchierata con China Miéville, svoltasi agli Utopiales di Nantes, è cominciata proprio con me che gli urlavo “IMBOSCATA!” mentre andava a prendersi una tazza di caffè – fortunatamente era troppo stanco per reagire in qualsiasi modo che non fosse sedersi a parlare con me.

Abbiamo iniziato da qualcosa che aveva detto il giorno prima, quando gli era stato chiesto di parlare del New Weird. Ecco cosa aveva detto:

“Le persone che criticano l’idea di New Weird spesso dicono una di due cose. La prima è Oh, dici che questo scrittore è New Weird ma, se leggi questo libro che ha scritto 20 anni fa non corrisponde esattamente alle regole che definiscono il New Weird, per cui ovviamente il New Weird non esiste! Al che io dico su, dai, chissenefrega, non è per niente questo il punto; l’altra cosa è dire Oh, perché dobbiamo appiccicare etichette su tutto, perché non possiamo semplicemente definire le cose come buona narrativa e cattiva narrativa? E questo mi dà sui nervi, perché gli umani sono animali tassonomici – dobbiamo creare categorie.”

Questo discorso mi ha colpito al punto di tendergli la famosa imboscata per qualche precisazione.

Intendevi dire che in pratica non esistono i generi?

Non è proprio quel che intendevo, ma più o meno. Intendevo dire che c’è una minuscola finestra temporale in cui un genere, un sottogenere, magari un manifesto letterario, ha una vita ed è degno del suo nome. Dopo quel breve periodo il nome del movimento – che sia letterario, musicale o altro – diventa una cosa da marketing, che la gente del marketing usa per indicare ai lettori qualcosa che potrebbero voler comprare. Non dico che questo sia una cosa malvagia: la gente del marketing fa il suo lavoro, ma quel lavoro non è il mio, io scrivo storie, loro mettono le etichette sui libri.

Perciò, ovviamente, quando scrivi non ti metti a tavolino pensando “Ora scriverò un romanzo steampunk”.

Assolutamente no. Vedi, potrei davvero fare una cosa simile se volessi scrivere un “omaggio” a un particolare genere: se voglio creare un omaggio alla space opera cercherò di imitare lo stile della fantascienza classica, mettendo tutti gli ammennicoli della space opera nella storia, ma questo è un caso diverso, è una cosa fatta con uno scopo preciso. Non sono contro i generi, nota bene – io scrivo racconti fantastici, che è un genere; ma il genere è come le mura di una casa, tutto il resto – che lo si chiami New Weird, Steampunk o altro – è solo l’arredamento. Non mi interesso dell’arredamento, mi limito a metterlo dove serve quando serve. Se tutto ciò che vedi è la mobilia, probabilmente ho sbagliato qualcosa.

Allora esiste lo Steampunk? Il New Weird?

Non vedo i cliché di buon occhio. Il problema con il periodico successo dei sottogeneri è la gente che pensa che questo successo sia causato dalla mobilia, non dalle solide mura di una storia, o dalle idee che l’hanno prodotta. C’è una specie di “lista”: cose che devi mettere in un romanzo perché sia steampunk. Più o meno una cosa come: “Zeppelin: cellò. Colonialismo: cellò. Automi a vapore: cellò. Ok, tombola, sono steampunk!”. Conosco un paio di colleghi che fanno proprio una cosa del genere – non faccio nomi però, altrimenti non mi invitano più alle loro feste (ride).

Devo ammettere che almeno in un’occasione ho rimosso volontariamente alcuni elementi da una storia perché erano troppo cliché – ma probabilmente è sbagliato quanto metterli dentro di proposito.

Alla fin fine io scrivo storie e non penso sia il mio lavoro metterle in categorie, o spiegare cosa significhino. Vedi, un’altra cosa che non mi piace è quando un autore risponde alle critiche e dice “No, non intendevo dire questo.” Perché alla gente dovrebbe fregare qualcosa di quel che intendevo dire? È la cosa meno interessante che io possa immaginare, in un libro! Non ho il monopolio dell’introspezione di quel che faccio, sono solo contento se alla gente piace e ci trova qualcosa!

Avrei voluto continuare la chiacchierata – ma a questo punto è arrivato un vero giornalista, e China se n’è dovuto andare....