Ciao Guy

per prima cosa ti ringrazio per il tempo che hai voluto concedermi. Sono una grande appassionata delle tue opere e sono molto felice di poterti fare qualche domanda per i lettori di FantasyMagazine.

Al di là dei tuoi romanzi molti lettori ti conoscono per il tuo lavoro, al fianco di Christopher Tolkien, nella revisione del Silmarillion.

Cosa ci puoi raccontare di quest’esperienza? Che cosa hai imparato?

È impossibile per chiunque, specie se giovane, passare attraverso un’esperienza di questo tipo e non esserne influenzato. Come scrittore la lezione più importante che ho imparato (una lezione che continua a essere importante ancora oggi) è l’importanza della pazienza, del prendersi tutto il tempo necessario, tentando con forza di ottenere il risultato giusto. Di non affrettare la storia che si sta narrando. Tolkien ha riscritto per tutta la sua vita, e suppongo che anch’io stia percorrendo la stessa via.

Tu sei stato anche uno sceneggiatore, un’esperienza che condividi con altri scrittori fantasy come George R.R. Martin. Scrivere sceneggiature ha in qualche modo influenzato i tuoi libri?

In realtà io credo che sia un problema se il lavoro come sceneggiatore influenza troppo la narrativa. I punti di forza delle due espressioni artistiche sono molto diversi.

Dopo il fantasy epico della Trilogia di Fionavar ti sei spostato verso un genere diverso, nel quale gli elementi magici sono quasi assenti. Cosa ti ha spinto a una scelta di questo tipo?

In realtà non ho eliminato la magia (o il fantastico) dai miei romanzi, e anzi ce n’è una gran quantità in ciascuno di essi. Semplicemente io non lascio che le mie storie siano decise dagli elementi soprannaturali. Non ne inserisco all’interno per il semplice gusto di farlo. Preferisco lasciare che il fantastico sia uno degli strumenti disponibili allo scrittore, pronto per essere usato quando e se occorre.

Mi sono invece un po’ spostato dalla focalizzazione sui miti e sulle leggende verso una intensa concentrazione sui temi della storia. Forse ironicamente il mio ultimo romanzo, River of Stars, è incentrato su come le leggende prendono forma.

Molti scrittori fantasy scrivono serie molto lunghe, una scelta che li aiuta a catturare l’attenzione dei lettori romanzo dopo romanzo. Tu hai compiuto un percorso diverso scrivendo una trilogia, una duologia e sette romanzi autoconclusivi, anche se gli ultimi due condividono lo stesso mondo. Cosa ti ha portato a questa scelta?

Anche in questo caso non si è trattato di una precisa strategia. Io penso che a un certo livello sia creativamente rischioso per un artista ripiegarsi troppo su se stesso. Il successo può incoraggiare un autore a rimanere sempre nello stesso luogo. Questo a livello commerciale può essere positivo (pensa a tutti i sequel di Hollywood!), ma può anche essere artisticamente distruttivo. Io sono abbastanza testardo (!) da aver voluto continuare a testarmi ricominciando ogni volta dall’inizio. Nuovi personaggi, nuove ambientazioni e – cosa più importante – nuovi temi, nuove ragioni per scrivere i libri (volendo anche che la gente li legga).

In diverse interviste hai spiegato che il punto d’inizio per le tue storie è l’ambientazione, e che i personaggi e le loro azioni nascono in un secondo momento. Puoi approfondire un po’ e spiegarci come procedi quando inizi una nuova storia?

Questo è vero, con un ulteriore elemento: dopo aver deciso l’ambientazione io ho bisogno di capire perché devo narrare quella storia, perché dovrei impiegare tre anni a lavorarci, e aspettarmi che i lettori impieghino tutto il tempo che gli serve per leggere un libro lungo. Cosa c’è riguardo a quel tempo, a quel luogo e a quelle persone che è così importante. Così il tema del romanzo (o i temi principali, generalmente io sono sorpreso da nuovi elementi man mano che scrivo) deve emergere molto presto.

In tutti i tuoi romanzi non limiti la tua attenzione alle vicende di uno o di una manciata di personaggi, ma ti soffermi anche su quelli secondari. Nella Rinascita di Shen Tai Chou Yan, Wujen NingPei Qin e Tazek Karad sono figure minori, con ruoli secondari all’interno della trama principale, eppure le loro storie sono affascinanti e in poche pagine tu riesci a renderli vivi e reali. Come mai hai deciso di dedicargli quello spazio, invece di limitarti a usarli come parte della trama principale?

Una volta, riuscendo a essere divertente nel fare un complimento, qualcuno ha detto che “Kay non riesce mai a incontrare un personaggio secondario che non gli piaccia!”. È quasi vero: io posso non amarli tutti davvero, ma sono interessato a loro. Se i miei romanzi hanno ottenuto un’intensa risposta da parte di lettori provenienti da tutto il mondo, penso che sia in parte dovuto a questa volontà di prendermi uno spazio nella narrazione per donare “la vita” a personaggi che non siano solo quelli principali.