L'idea di Veloce come il vento è nata qualche anno fa, incontrando casualmente Antonio Dentini, detto Tonino, un vecchio meccanico esperto di preparazione ed elaborazione di motori. Ormai in pensione, Tonino frequentava un’officina di quartiere, dando consigli ai giovani meccanici che pendevano dalle sue labbra. Il suo attaccamento quasi affettivo agli strumenti del mestiere mi ha colpito subito; vederlo lavorare era incredibilmente affascinante. Mi incuriosiva soprattutto la sua eccezionale capacità, simile all'orecchio assoluto dei musicisti, di riconoscere il tipo e lo stato di salute di qualsiasi motore ascoltandone semplicemente il suono.

Carlo Capone
Carlo Capone

Tonino raccontava molte storie e tra queste mi aveva colpito in particolare la vicenda di Carlo Capone. Chi era stato, cosa gli fosse successo, e dove si trovasse ora. Da quel racconto, insieme agli sceneggiatori, è partita l'idea del film.

Ho parlato con Domenico Procacci proponendogli un film di “azione e sentimenti”, che immergesse lo spettatore in una vicenda piena di ritmo e adrenalina, ma anche di cuore. La Fandango ha subito creduto in quest'idea, sostenendola. Si trattava di un progetto molto difficile da realizzare, soprattutto per le tante sequenze action che ho voluto fossero girate interamente dal vero, mantenendo però sempre al primo posto il fattore umano. Credo che siamo riusciti, tutti insieme, a dare vita a un film che in qualche modo è un prototipo coraggioso, complesso da realizzare e molto spettacolare: una pellicola capace di aprire le porte su un universo avventuroso fatto di donne, uomini e auto da corsa, pieno di storie e sentimenti.

Veloce come il vento è un film d'azione ma anche e soprattutto di personaggi, approfonditi, ispirati a fatti e incontri reali. Nei racconti del meccanico Tonino (interpretato da Paolo Graziosi) i piloti non erano campioni, ma eroi, e le macchine non correvano, volavano, e io volevo ricreare quell’atmosfera leggendaria che Tonino trasmetteva attraverso i suoi emozionanti racconti.

La famiglia De Martino, protagonista del film, ha le vene piene di olio e benzina da generazioni, e il ritorno di Loris (Stefano Accorsi), campione dimenticato dal tempo e ormai perso nel tunnel della tossicodipendenza, mi sembrava l’occasione giusta per raccontare il mondo che avevo incontrato.

Lo chiamavano il “Ballerino”, perché sapeva danzare sulle curve con la morbidezza dell'acqua, senza imporsi, senza violenza, ma affrontandole in continuità, come in una danza appunto (definita “inarrestabile” dai suoi avversari), elegante e leggiadra ma anche estremamente veloce, con un andamento dinoccolato e un po' imperfetto che assecondando la strada non lasciava scampo agli altri piloti.

Al centro della storia c’è Giulia De Martino, che con i suoi “quarantanove chili” di nervi e dedizione riassume in un unico carattere il mondo e le motivazioni delle diverse donne pilota che ho incontrato e che Matilda De Angelis è riuscita, con tanto lavoro di preparazione, ad incarnare.

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Matilda l'ho incontrata tra i “non attori” lo scorso anno, durante un casting condotto a Bologna e provincia: ero assolutamente convinto di realizzare il film “in lingua originale”, ovvero nel dialetto emiliano – romagnolo caratteristico del mondo delle corse d'auto. Matilda De Angelis di Pianoro, Stefano Accorsi di Budrio, Paolo Graziosi di Rimini: tutti hanno riportato alla luce la lingua dei loro nonni, per restituire la verità di un mondo che parla, e ha sempre parlato, in quel modo.

Loris, Tonino e Giulia sono stati per me incontri emotivamente unici, che ho provato a unire in una storia solo in parte immaginata: erano piene di sentimento le loro vicende, tragiche, comiche, continuamente a cavallo tra la vita e la morte, e in Veloce come il vento ho cercato di raccontarne una, provando a farla vivere al pubblico dall’interno, come se fosse lì con me, insieme a loro.