Star Trek è una saga che ha ormai più di cinquant'anni di storia alle spalle, iniziata nel 1966 con quella che ormai chiamiamo Serie Classica. Una storia che in TV si era interrotta 13 maggio 2005 con la trasmissione dell'ultimo episodio di Star Trek: Enterprise (in Italia il 21 maggio 2006), quinta serie ambientata nell'universo ideato da Gene Roddenberry.

Dopo tanti rimandi e annunci, il 25 settembre 2017 ha debuttato Star Trek: Discovery, sesta serie, cronologicamente ambientata tra Enterprise e la Classica.

Come ben sappiamo ormai i fan, quelli puri e duri che tutto sanno della loro serie preferita, quando si annuncia un nuovo prodotto cominciano sempre ad "avere molta paura", perché si aspettano inevitabilmente che tradirà "lo spirito della serie".

Vi ho già parlato in passato di questo contorto rapporto di odio/amore tra fan e oggetto dell"amore".

L'Uomo d'acciaio che non fu. Ovvero: chi odia i reboot?

L'Uomo d'acciaio che non fu. Ovvero: chi odia i reboot?

Articolo di Emanuele Manco Lunedì, 16 settembre 2013

Riflessioni sullo stato di litigiosità del fandom in un periodo di reboot e remake. In particolare delle riflessioni sull'Uomo d'Acciaio e Star Trek Into Darkness.

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I tempi cambiano e cambiano i modi di rappresentare le cose.

Una delle critiche più accanite verso la nuova serie è il "tradimento" rappresentato dall'aspetto di una delle razze di alieni più amate dai fan dell'universo di Star Trek: i Klingon.

Klingon, un breve riassunto

I Klingon nascono nella Serie Classica come principali antagonisti della Federazione di Kirk e company. Sono apparsi per la prima volta nel 27° episodio della prima stagione Missione di pace (Errand of Mercy) nel 1967, scritto da Gene L. Coon che è quindi considerato il loro "creatore". Se nella metafora trekkiana la Federazione è il blocco occidentale che gravitava intorno agli USA, i Klingon rappresentano più o meno l'Unione Sovietica, con la quale all'epoca vigeva uno stato di non belligeranza, ma di sostanziale ostilità, chiamato Guerra Fredda.

E in effetti una sorta di metafora della Guerra Fredda è l'episodio, che vede la Federazione tentare di mettere sull'avviso di una possibile invasione Klingon una razza di pacifici alieni, gli organiani, che però nel momento in cui i Klingon attaccheranno si riveleranno essere tutt'altro che inoffensivi. Anzi saranno così potenti da riuscire a fare stipulare tra i due blocchi Il Trattato di Pace Organiano che diventerà una base per le future relazioni tra Impero Klingon e Federazione.

John Colicos è Kor in Missione di Pace
John Colicos è Kor in Missione di Pace

Da quel momento in poi i Klingon saranno una presenza fissa nell'universo trekkiano, pertanto quando nel 1979 al cinema arriva Star Trek: The Motion Picture, il film vede proprio i Klingon come prima razza di alieni che fronteggia l'imminente minaccia della sonda "aliena" V'ger.

E qui i fan ebbero il primo coccolone. I Klingon, tra i quali un quasi irriconoscibile Marc Lenard, interprete del vulcaniano Sarek nella serie Classica, erano molto diversi, più alieni di quanto non fossero in TV.

Mark Lenard in Star Trek: The motion picture
Mark Lenard in Star Trek: The motion picture

Al posto di essere umani di fattezze orientali (come voleva una stereotipata iconografia dei cattivi all'epoca) con la faccia dipinta e sopracciglia inarcate, al cinema vedevamo una razza umanoide ma con delle creste al centro del cranio. 

Su questa differenza i fan discuterono già all'epoca. A posteriori, durante le serie Deep Space 9 ed Enterprise, alcuni episodi narrarono una sorta di innesto di retro-continuity, spiegando che i Klingon senza creste erano dovuti a effetti collaterali di manipolazioni genetiche.

Una spiegazione molto a posteriori che essenzialmente mette sotto il tappeto l'unica vera ragione per la quale i Klingon nella Classica erano così "semplici": c'erano pochi soldi e poco tempo, pertanto quello era il massimo risultato possibile.

Michael Dorn, Worf in Next Generation e Deep Space 9
Michael Dorn, Worf in Next Generation e Deep Space 9

Per il film, con più tempo e più soldi a disposizione, era possibile immaginare i Klingon più alieni, dotarli di ambientazioni, costumi e un aspetto che li rendesse imponenti e minacciosi, anche per riempire il grande schermo.

Ed è più o meno con questo aspetto che abbiamo cominciato a conoscere i Klingon nei film successivi e in Star Trek: Next Generation (TNG), dove apprendiamo che adesso sono alleati della Federazione, con addirittura un ufficiale che presta servizio a bordo della Enterprise D: il tenente Worf, interpretato da Michael Dorn anche nella serie Deep Space 9.

Da TNG in poi comincia, in TV e al cinema, il lavoro ufficiale di costruzione del background dei Klingon che ha generato una enorme mole di materiale ufficiale e non sulla loro lingua, usi, costumi e tradizioni, financo una versione nell'"originale Klingon" delle tragedie scespirane. 

Come aspetto i Klingon visti da quel momento in poi al cinema e in TV sono variazioni sul tema, con creste più o meno pronunciate, con capelli o calvi. 

Una minima differenza si è osservata con i Klingon in Star Trek Into Darkness, secondo film di J.J. Abrams, ma li si può giustificare tutto con il fatto che si tratta alla fine di una versione alternativa dell'universo di Star Trek.

Klingon in Star Trek Into Darkness
Klingon in Star Trek Into Darkness

Quelli visti nella nuova serie Star Trek: Discovery riprendono alcuni elementi già noti come le creste, ma appaiono ancora diversi. Le mani per esempio hanno unghie che somigliano ad artigli. Sono un'altra rappresentazione della stessa idea. Pur rimanendo umanoidi potremmo dire che sono più vicini ad Alien o Predator che ai Klingon sia della Classica che di Next Generation.

I Klingon di Discovery
I Klingon di Discovery

Una visione che sembra abbia fatto inarcare più di un sopracciglio ai fan, che non hanno gradito, in una serie che si inserisce nel canone di Star Trek, questo cambiamento che male si accorderebbe con l'aspetto che avevano nella serie Classica.

Generici klingon nella Serie Classica
Generici klingon nella Serie Classica

Giusto mentre scrivevo l'articolo, a parziale giustificazione di queste scelte sono arrivate le dichiarazioni di Alex Kurtzman, uno dei produttori esecutivi di Discovery.

Al panel sulla serie della New York Comicon, alla domanda su come mai i Klingon della serie avessero un aspetto "africano", ha esordito con Al cuore di Star Trek c'è l'idea che quello che pensiamo dell'altro è uno specchio di noi stessi. 

Secondo questa idea, che nelle premesse non sarebbe dissimile da quella che ha portato alla creazione dei Klingon umanoidi della Classica, Kurtzman ha continuato abbiamo rappresentato entrambe le parti della guerra in modo comprensibile e relazionale.

Kurtzman ha spiegato che nel bisogno di approfondire anche per i Klingon cosa significasse affrontare la Federazione, si è voluta spostare la prospettiva su cosa essi fossero, perché spesso sono stati relegati al ruolo di cattivi.

Ha aggiunto che lo serie mostrerà molti Klingon, allo scopo di farne conoscere la vera natura e che l'obiettivo di questo lavoro è per mancanza di una parola migliore, umanizzarli, per spiegare quello che vogliono e perché lo vogliono.

Secondo Kurtzman se non venissero approfonditi questi temi la serie  non sarebbe Star Trek.

Quindi per Kurtzman queste nuove fattezze rappresenterebbero l'idea di Klingon che la serie vuole comunicare, in accordo allo spirito di Star Trek.

Questo non è un Klingon!

Qual è il punto in realtà? Per rispondere alla domanda vorrei concentrarmi su qualcosa che non sembra fare parte del discorso.

Nel 1929 René Magritte, pittore tra i massimi esponenti surrealisti vissuto tra il 1898 e il 1967, dipinse un quadro intitolato Il tradimento delle immagini nel quale è rappresentata una pipa con una scritta sotto che recita in francese: "Ceci n'est pas une pipe" ossia “Questa non è una pipa”.

René Magritte, La Trahison des images (Il tradimento delle immagini), 1928-1929, olio su tela, 63,5×93,98 cm, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles
René Magritte, La Trahison des images (Il tradimento delle immagini), 1928-1929, olio su tela, 63,5×93,98 cm, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles

La scritta non mente perché, se andiamo oltre quello che vediamo, arriviamo alla conclusione che il quadro tautologicamente afferma di essere una rappresentazione di una cosa, non la cosa in sé. Strutturato come una di quelle figure che invece servono a dare nomi alle cose, il quadro si trasforma in un raffinato gioco di parole linguistico e logico.

Questo quadro e il successivo Alba agli antipodi furono oggetto di un saggio breve di Michel Focault intitolato Questo non è una pipa (Se, 1988).

Alba agli antipodi (olio su tela, 1966)
Alba agli antipodi (olio su tela, 1966)

Magritte ha disegnato varie pipe con la stessa scritta nel corso della sua vita. Tutte partono dalla provocatoria affermazione del pittore: 

Chi oserebbe pretendere che l'immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa 

Questo non è una pipa (SE, 1988)
Questo non è una pipa (SE, 1988)

Il saggio di Focault spiega come Magritte con questa affermazione rompa due principi stabiliti dalla pittura Classica tra il XV e il XX secolo: 

il primo era la separazione netta tra la rappresentazione (che implica somiglianza) e referenza linguistica (che la esclude). Ossia di quella convenzione vigente fino all'epoca per cui o il testo è stabilito dall'immagine (come nei quadri in cui sono rappresentati un libro, una scritta, una lettera o il nome di un personaggio); oppure l'immagine è stabilita dal testo (come nei libri in cui il disegno completa, quasi seguisse soltanto una via più breve, ciò che le parole sono incaricate di rappresentare.

Ma se ne Il tradimento delle immagini testo e immagine sono entrambi significanti, Foucault spiega anche come il dipinto rompa un altro principio fino all'epoca imperante, ossia l'equivalenza tra il fatto della somiglianza e l'affermazione di un legame rappresentativo. Ossia la convinzione che se una figura somiglia a una cosa, diventi in un certo senso la cosa rappresentata, stabilendo un legame indissolubile tra verosimiglianza e rappresentazione, tra segno e cosa.

I Klingon come idea

Il pensiero è invisibile, come il piacere o il dolore. Ma la pittura fa intervenire una difficoltà: c’è il pensiero che vede e che può essere descritto visibilmente. L’invisibile sarebbe dunque talvolta visibile? Sì, a condizione che il pensiero sia costituito esclusivamente da figure visibili

(“Lettera a Michel Foucault” R. Magritte)

Secondo Magritte la pittura non è rappresentazione di una realtà, bensì di un pensiero. 

Analogamente alla pittura anche cinema e televisione compongono immagini. Se il pittore è da solo, a concorrere alla creazione dell'immagine cine-televisiva sono diversi artisti coordinati da un regista, mossi da un'idea. Per esempio una sceneggiatura che descrive un ambiente o dei personaggi. Nel caso dei Klingon vengono introdotti semplicemente come di fattezze orientali, con l'aspetto da duri, vestiti con una uniforme che somiglia a un gilet (vedere la relativa pagina di MemoryAlpha).

Quello che possiamo a questo punto affermare è che dopo che l'immagine dei Klingon è stata impressa su pellicola o nastro magnetico, dopo che gli attori hanno tolto panni e trucco, quello che rimane e che vediamo è la rappresentazione dell'idea del Klingon, non il Klingon in sé.

Questo vale ovviamente per tutto il cinema, per qualsiasi immagine ripresa. Quello a cui assistiamo è la rappresentazione di una realtà, non la realtà in sé.

Come non possiamo fumare la pipa di Magritte, non possiamo dare una energica pacca sulle spalle a un Klingon, o visitare il loro pianeta madre.

Questo non è un klingon
Questo non è un klingon

Quindi non mento se penso che potremmo applicare non solo all'immagine del Klingon di Discovery la didascalia "Questo non è un Klingon", ma anche a tutte le immagini che rappresentano Klingon in altri film. L'interpretazione legata all'idea che la somiglianza sia la cosa, non regge in nessun caso. Nessuna delle idee di Klingon ha predominanza sulle altre, come non ce l'hanno le diverse pipe che Magritte ha dipinto negli anni. Fossero essere piccole, grandi, fluttanti nel vuoto o circondate da una cornice. Nessuna di esse era una pipa e nessuna delle altre rappresentazioni era un Klingon.

Magritte ha realizzato diverse rappresentazioni della sua idea, contestualizzandole al momento in cui le ha dipinte, ed era solo lui a "gestire" la pipa. A maggior ragione nei 50 anni i Klingon sono stati rappresentati da diversi individui in diverse forme, legate a motivi, contesti e visioni diverse, ma tutte ispirate alla stessa idea che ha portato nel 1967 alla loro creazione.

L'idea vince sulla forma che assume nel tempo.