Pete "Maverick" Mitchell è una testa calda nonostante l’età. Dopo una carriera folgorante e non pochi riconoscimenti, continua a fare il pilota di aerei testando quelli di ultima generazione. L’ennesima bravata però lo butta fuori dal programma ma, grazie all’intervento del suo amico Tom "Iceman" Kazinsky, viene chiamato come insegnante per una missione impossibile all’accademia dei Top Gun, per addestrare i migliori piloti dell’esercito americano. Qui ritrova la sua vecchia fiamma Penny ma, soprattutto, Bradley "Rooster" Bradshaw, figlio del suo amico Goose morto in missione, e che Maverick ha sempre cercato di proteggere. Ha infatti, su richiesta della madre preoccupata, ostacolato la sua carriera da pilota, per questo Rooster si scontra con lui. Nonostante questo però, e affrontando anche con l’aperta ostilità del vice Ammiraglio Cyclone che lo ritiene una testa troppo calda, Maverick deve insegnare al suo team non solo a portare a termine la missione, ma anche a tornare a casa.

Nato da un progetto che avrebbe coinvolto in prima persona Tony Scott, il regista del primo Top Gun, il film si arenò alla morte prematura di quest’ultimo. Era stata infatti la Paramount nel 2010 a chiamare Scott per  realizzare una sorta di reboot con l’idea di raccontare una nuova generazione di Top Gun, dove Tom Cruise avrebbe fatto una semplice comparsata. Destino ha voluto invece che il progetto si trasformasse grazie anche ai muscoli intatti di Cruise in un sequel che, a causa della pandemia ha ritardato parecchio la sua uscita in sala prevista per l’estate del 2020, tanto che per un po’ se ne erano perdute le tracce.

Questo ritardo ha fatto bene al film? Paradossalmente sì perché gli ha evitato di incappare nella moda dei requel che, se divertente nelle prime pellicole, oggi mostra il fianco alla stanchezza, anche se sembra ancora imprescindibile per chi voglia riportare sullo schermo i personaggi originali delle serie cinematografiche.

Top Gun: Maverick è invece un vero e proprio sequel di Top Gun che lascia pochissimo spazio alla nostalgia o alle strizzatine d’occhio fatte ad hoc per i fan. Ciò è dovuto sia a fattori oggettivi; è trascorso troppo tempo e molti attori dell’epoca non sono invecchiati benissimo (Kelly McGillis lascia il posto a Jennifer Connelly); sia alla decisione di raccontare una storia senza alcuna implicazione metatestuale.

Alla regia c’è Joseph Kosinski che aveva già lavorato con Cruise in Oblivion, e che dimostra un vero e proprio talento nel filmare le imprese aeree.

Il momento più divertente di Top Gun: Maverick è l’incursione aerea in un’impenetrabile base di un nemico mai nominato, chiara citazione alla scena di Guerre Stellari nella quale i caccia della resistenza distruggono la Morte Nera. Ciò che davvero colpisce è l’assenza del blue screen e degli effetti digitali, praticamente invisibili, cosa che rende gli aerei i veri protagonisti, insieme agli attori chiusi negli abitacoli e sottoposti accelerazioni o a mirabolanti capriole. 

Un punto a favore del film lo gioca anche la sceneggiatura che riesce a trovare un delicato equilibrio, non cadendo nella celebrazione di un personaggio come quello di Maverick, che ne esce persino più simpatico di quanto non risultasse nel primo capitolo. L’ipertrofia degli anni ’80 lascia il posto a un’avventura dove l’eroe invecchiato può essere carismatico senza cadere nel ridicolo e bisogna ammettere che Cruise è davvero bravo in questo.

Contribuisce alla misura del film anche la colonna sonora, iconica quella di Top Gun ma che in Maverick non ha eccessive pretese, che non cede alla tentazione di richiamare Take My Breath Away, ma reinterpreta invece in chiave orchestrale il celebre tema di Steve Stevens, all’epoca suonato con la chitarra elettrica.