Don’t let the sun, girato tra Milano, Genova e São Paulo in Brasile vede la regista svizzera Jacqueline Zünd approcciarsi per la prima volta a questo genere, dopo vari cortometraggi e film per i quali ha ricevuto molti riconoscimenti. Dopo la partecipazione al Locarno Film Festival 2025, premiato con il Pardo per la miglior interpretazione, il film arriva finalmente nelle sale cinematografiche dal 21 maggio.
Don’t let the sun, ovvero Non lasciare che il sole… è un titolo enigmatico che può significare molte cose poiché lascia in sospeso l'azione, proprio come la sensazione che si prova guardandolo. L'espressione evoca l'idea di impedire che avvenga qualcosa di spiacevole se si permettesse al sole di fare qualcosa, ed è proprio il ribaltamento dell'immagine positiva che abbiamo per la nostra stella che crea un cortocircuito emotivo. Il sole per noi è fonte di luce, energia e positività, ma cosa succede quando questo ci si ritorce contro? Quali sono le conseguenze sociali legate alla perdita di un punto di riferimento così importante anche per le routine quotidiane? Sembrano queste le domande che si sono posti la regista e lo sceneggiatore Arne Kohlweyer.
La trama
Inviterei a saltare questo paragrafo legato alla trama proprio per immergersi completamente nell'atmosfera durante la visione senza sapere nulla, ma capisco anche chi non volesse approcciare il film del tutto a scatola chiusa.
Jonah (Levan Gelbakhiani) è un "sostituto affettivo" in un mondo reso invivibile dal caldo, dove la vita si svolge solo di notte e i legami veri si sono dissolti. Assunto da Cleo (Agnese Claisse) per interpretare il padre di Nika (Maria Pia Pepe), una bambina chiusa e diffidente, scopre che la finzione può incrinare le proprie difese: tra piccoli gesti e il minimo indispensabile delle parole, il suo ruolo di attore sfiora l'autenticità e rende possibile un rapporto genuino.
Il cuore del film
È un film da cineforum, dove si parla poco e mostra molto, rendendo quasi necessaria la volontà di discuterne con altre persone. Non perché sia eccessivamente criptico, bensì per condividere l’esperienza e le suggestioni.
Tutto parte da un’idea semplice e potentissima: un mondo reso quasi invivibile dalla crisi climatica è l'occasione per raccontare la difficoltà di restare in contatto quando la realtà ci costringe a difenderci da tutto, persino dagli altri.
Ci sono tanti piccoli dettagli disseminati lungo il film, ricorrenti, che alla lunga diventano familiari. Piccoli comportamenti e abitudini, come praticare uno sport insolito, che non fanno fracasso o sconvolgono, ma danno la sensazione di essere fuori posto ai nostri occhi in questo nuovo mondo ordinario.
La parte più riuscita di Don’t let the sun è la sua capacità di spostare il baricentro dal futuro appena prossimo al presente. Il caldo estremo e la trasformazione del paesaggio non sono soltanto elementi di scenario, ma il riflesso di una solitudine più profonda, la difficoltà a dar fiducia al prossimo. In questo senso il film parla sì di clima, ma anche di protezione verso se stessi e allo stesso tempo la ricerca di apprezzamento.
Un film più introspettivo che di critica
Don’t let the sun è una distopia sobria, elegante e sensibile, che si concentra più nella dimensione affettiva che nel worldbuilding, accennato il giusto per portarci nella dimensione voluta, ma così di contorno che velocemente ce ne dimentichiamo. Non punta a impressionare con l’eccesso, ma suscita un'inquietudine data proprio dalla mancanza di qualcosa, quella sensazione di sospensione citata all'inizio.
Non sempre osa quanto potrebbe, ma sa parlare con lucidità del nostro tempo e delle difficoltà nelle relazioni.















