Purtroppo, se già i lettori italiani del fantastico sono esterofili e molto esigenti con i loro compatrioti, le ulteriori classificazioni non aiutano, e le storie che mi piacerebbe scrivere ( e leggere, anche) pare fatichino a volte a trovare spazi editoriali. Per dire, un romanzo che ho scritto, che ha avuto molte traversie ma che spero ancora di pubblicare un giorno, da qualcuno del settore è stato definito fantasy, da altri fantascienza. Se non lo capiscono loro... In ogni caso, prima penso a una storia e a come svilupparla, a un storia che mi piacerebbe leggere, poi in seguito, eventualmente, mi porrò il problema di stabilire a che genere appartenga.

Perciò, sempre rimanendo in questo filone del discorso, non ha senso per me neppure fare scale di complessità. Dire che la fantascienza è più difficile perché devi attenerti quantomeno alla verosimiglianza scientifica, il fantasy è più facile perché te la cavi sempre con la magia, è una generalizzazione a mio giudizio non corretta. A volte da certo technobabble a dir poco "cialtronesco"  sono venute fuori storie fantascientifiche indimenticabili, mentre chi si mette a scrivere fantasy convinto che sia facilissimo e banale si renderà ben presto conto che i margini di manovra non sono poi così ampi, che gli appassionati esigenti e  preparati  ti aspettano al varco pronti a sottolineare ogni tua ingenuità, e che comunque creare mondi e società credibili, che stiano in piedi e reggano le storie, è tutt'altro che facile e scontato, per fantastici, umani o alieni che siano.

Un'altra cosa che non mi piace è sentir parlare di fantascienza come genere impegnato, che fa pensare, e di fantasy come pura evasione. Anche questa è un'altra bella generalizzazione: ripeto, il genere è il mezzo, sta a te usarlo come preferisci. Per fare immodestamente un piccolo esempio personale, io sono molto interessata alla sociologia, che dopotutto è scienza (anche se alcuni puristi della hard sf dissentono). A  me incuriosiva l'idea di descrivere un mondo dove la sessualità fosse libera e ci fosse una parità non esibita, ma data per scontata, fra uomini e donne: bene, per farlo, nel Dominio della Regola,  ho scelto una storia fantasy, eun contesto medioevaleggiante, una società di tipo feudale. Un po' azzardato, magari, ma chi legge può decidere se sono riuscita a renderlo interessante, realistico  e credibile o meno.

Il 2006 ha visto il tuo esordio come romanziera. Il tuo primo romanzo, Il Domino della Regola, un fantasy, ha così raggiunto l'onore delle stampe. Un volume che è stato accolto con entusiasmo da lettori e critica (tanto da vincere il Premio Italia). Come è nata l'idea per questo volume? Come si è sviluppata la sua protagonista, l'enigmatica e tormentata Alimar? E quanto impegno, tempo e fatica ti sono serviti per giungere alla parola "fine"?

Ogni cosa che scrivo, sia un romanzo lunghissimo sia un raccontino di due pagine, nasce da un flash mentale, un'immagine, un sogno o a volte una visione del dormiveglia. Da cui si sviluppa tutto il resto, in qualche caso come  per inerzia. La prima idea per questo romanzo è stata quella della palude, di questi esseri semiumani che la abitano, e del provare a

immedesimarmi in essi.

Un'antologia tutta la femminile, contenente un racconto di Milena Debenedetti
Un'antologia tutta la femminile, contenente un racconto di Milena Debenedetti
Nelle mie storie ci sono spesso personaggi soli, confusi, tormentati, emarginati, diversi dagli altri.  In qualche caso anche di sessualità incerta. Non so perché, e magari non ci tengo neanche tanto a saperlo. Diciamo che mi piace descriverli, e mi pare di riuscire a provare una certa empatia. Alimar, però, rappresenta un'eccezione rispetto a molte altre cose che ho scritto: ho cercato di superare la tendenza a immedesimarmi nei protagonisti delle mie storie, di farla camminare per la sua strada in modo autonomo; infatti lei mi somiglia ben poco, e se proprio devo cercare una maggiore identificazione, la trovo senz'altro nel personaggio di  Arenio.

 

La fatica e il tempo sono stati notevoli. Ho scritto questa storia in varie fasi, alternandola con altre cose e con impegni che mi impedivano di dedicarmi alla scrittura, ho avuto momenti di blocco e di crisi. Però la vicenda nelle sue linee generali l'avevo in testa fin dall'inizio. Compreso il finale: di solito non riesco a mettermi a scrivere niente, se non so già esattamente come finirà.

Continuiamo ancora a parlare di Il Domino della Regola. Sebbene si tratti di un romanzo conclusivo in se stesso, con un finale ben definito, risulta chiaro leggendolo che l'idea per un seguito esiste. Milena, è così? Hai già scritto un secondo volume? E, se così non fosse, su quali progetti stai lavorando?

E' un momento strano, della mia vita: mi sono dedicata diciamo ad attività pseudopolitica, soprattutto sui problemi della mia città, e scrivo anche articoli satirici e di denuncia sui siti locali. Questo mi ha momentaneamente allontanata da altri tipi di scrittura, almeno attiva; ma la mente continua a rimuginare,  ci sono racconti in dirittura d'arrivo, romanzi già scritti che devo risistemare. 

E per quanto riguarda un possibile seguito ambientato nel mondo del Dominio, schemi e idee ci sono, si tratta di svilupparli. E' più che una possibilità. Di sicuro non resisterò a lungo, a lasciare da parte i miei mondi fantastici. Prima o poi spengo tutto, anche Internet, e torno a rintanarmi nel mio antro, a lavorare.

Siamo giunti all'ultima domanda, Milena, e ti ringraziamo per la simpatia con la quale ti sei prestata a questa nostra intervista. In chiusura, pensando a tutti gli esordienti là fuori che sono in cerca di editore, ti chiediamo un consiglio da rivolgere loro. Cosa ti senti di dire ai tanti che vorrebbero intraprendere la difficile strada verso la pubblicazione?

Che sono pazzi o masochisti. No, sto scherzando: l'importante è sapere esattamente che si tratta di una strada non facile, non esaltarsi troppo o partire con presunzione esagerata, ma neppure scoraggiarsi alle prime difficoltà. Soprattutto, guardarsi dentro, mettere alla prova la propria convinzione, l'impulso e il bisogno di scrivere e comunicare agli altri il proprio mondo interiore, la mente e il cuore. Se non c'è la convinzione profonda tanto vale smettere e dedicarsi ad altro, il gioco non vale la candela.

Se l'impulso persiste, è irresistibile, se le immagini ti escono dalla mente anche quando non vuoi e buttarle giù è inevitabile, se ci sono idee e talento, non rimane che affinare la tecnica, cosa che si ottiene scrivendo molto, come un allenamento, ma soprattutto leggendo molto. Poi, ripeto, rispetto ai tempi in cui ho iniziato io le occasioni di mettersi alla prova non mancano, Internet fornisce tutto: spazi di discussione e confronto, concorsi, indirizzi... anche se le pubblicazioni importanti rimangono un traguardo difficile. Alla fin fine occorre anche, inutile nasconderselo, un pizzico di fortuna.

Poi, non ci sono ricette universali: c'è chi si fa conoscere a poco a poco con racconti, chi esordisce subito con un romanzo o addirittura una trilogia, chi esordisce a vent'anni, chi a ottanta. Insomma, guardarsi dentro e sapersi conoscere, misurare la propria forza e le proprie possibilità, credere in se stessi quel tanto che basta, esercizio, talento, molta lettura, perseveranza nello scrivere, capacità di progredire e migliorarsi e di proporre le proprie opere agli editori interessati. E sempre con atteggiamento pacato e distaccato, se si riesce, mai da disturbo bipolare, che passa dall'esaltazione alla depressione. O ne va della propria salute psichica.

Poi, naturalmente, ottenuto tutto questo occorre superare la concorrenza sugli scaffali dei libri di calciatori, comici, politici, veline, inquisiti e condannati vari, cosiddetti vip, cantanti, ruffiani e lacché. Ma questa è la nostra società, temo.