Kara Zor-El, alias Supergirl, festeggia il suo compleanno ubriacandosi nelle peggiori bettole di pianeti baciati da un sole rosso. A differenza della Terra con il suo Sole giallo dove acquista incredibili superpoteri, qui è una persona normale e può lasciarsi andare all’auto distruzione insieme all’inseparabile cane Krypto. Casualità vuole che sulla sua strada si metta Ruthye da poco orfana a causa dei crudeli Briganti che hanno massacrato tutta la sua famiglia. La ragazzina cerca vendetta e chiede a Kara di aiutarla, ma se da prima la kriptoniana non ha nessuna intenzione di impacciarsi in fatti non suoi, cambia idea quando Krem il capo dei Briganti avvelena Krypto. L’unico modo per salvarlo è recuperare l’antidoto e Kara è disposta a tutto pur di salvare il suo cane.
Dopo il buon successo di Superman di James Gunn che ha avuto il merito non solo di rimettere in pista l’universo dei supereroi DC, ma più in generale quello dei super in un momento di calo anche in casa Marvel, c’era attesa per Supergirl che avrebbe potuto confermare la rinascita del genere o il suo affossamento. Porta a casa un risultato a metà, abbastanza buono nella scala dei film godibili e che lasciano perdere questioni filosofeggianti, ma che si ferma anche per questo sulla soglia di una mediocrità divertente ma incapace di dire un granché. Se lo sforzo di Gunn dai Guardiani della galassia, passando per Suicide Squad era mischiare cliché con brillantezza di scrittura in grado di riflettere sul presente, Supergirl diretto da Craig Gillespie e sceneggiato da Ana Nogueira, si limita a raccontare la più classica presa di coscienza dell’eroe depresso che viene richiamato al suo ruolo di protettore.
Il film ha indubbiamente delle frecce al suo arco, in primo luogo nella scelta della protagonista Milly Alcock vista in House of the Dragon, decisamente brava a dare qualche sfumatura in più a un personaggio bidimensionale che ha un’evoluzione tra le più prevedibili. Alla regia Gillespie racconta la storia senza sbavature o eccessi, lasciando alla messa in scena carichissima di creature aliene, posti bizzarri e scazzottate per lo più fatte in digitale, i barocchismi della pellicola. La scelta poi di dare a Supergirl una durata sotto le due ore aiuta a mantenere il ritmo sempre abbastanza alto che non annoia lo spettatore con una storia prevedibilissima nonostante i continui colpi di scena.
D’altra parte è però evidente una pigrizia a tratti imbarazzante per una scrittura con buchi così enormi da chiedersi come siano potuti passare inosservati. Se alcuni li si perdona perché alla fine sono pure divertenti, come l’inutilità del personaggio di Jason Momoa che si diverte come un matto a far il tamarro satanico in motocicletta, altri come la morte della famiglia di Ruthye che si fa massacrare senza attivare prima una difesa con bombe micidiali, è un po’ troppo. Lasciamo perdere poi qualunque ricerca di originalità dalla costruzione di un world building già visto dai tempi di Guerre Stellari in poi, o della psiche della protagonista scanzonata e depressa ma buona, che viene richiamato al dovere come nel più abusato dei cliché. Un viaggio dell’eroe in formato bignami nel caso qualcuno volesse un ripasso veloce.

















