Nell’Istituto Tecnico Marie Curie di Trieste di inizio 2000, le ragazze erano considerate ancora creature strane e misteriose. Anche se presenti ovunque in ogni altra parte della città, sulle spiagge come nei bar, ma pure in gran numero nell’attiguo liceo psicopedagogico che con il Marie Curie condivideva la palestra, vedere le ragazze tra mura storicamente pervase dal più virile cameratismo destava euforia, incredulità e stupore: scatenava gli ormoni spingendolo verso le derive più becere e infantili.

Non fu così dei migliori, il primo giorno dell’ultimo anno di superiori di Fredrika, detta “Fred” (Stella Wendick), studentessa svedese catapultata di colpo nel Triveneto per seguire il lavoro del padre, “cacciatore di teste” al soldo di una grande società. Tra sguardi ammiccanti e doppi sensi osceni usati per far rima con la sua città natale, “Stoccolma”, una partita di basket in cui si pretendeva tutti giocassero a petto nudo e il furto di tutta la sua biancheria durante la doccia, Fred rincasava a fine giornata, coperta solo da un asciugamano azzurro. Ma con sguardo fiero e incazzato: per non dare soddisfazione.

Un anno di scuola
Un anno di scuola

La tattica giusta era farsi degli amici… e fu così che incontrò tra i banchi, come D’Artagnan, i suoi “tre moschettieri”. Il secchione romantico Antero (Giacomo Covi), il burlone dall’’indole fragile Pasini (Pietro Giustolisi) e il massiccio e protettivo Mitis (Samuel Volturno). Dimostrando di “non tirarsela”, aiutandoli nei compiti, reggendo un discreto quantitativo di birra nei bar della zona e rassicurando di non avere” problemi di coprifuoco”, Fred, come prima e unica ragazza, riuscì ad accedere perfino alla “Trappola”: la mitica ex tipografia del nonno di Mitis, ora disordinato e accogliente “covo autogestito” dai tre. Un piccolo paradiso dove dormire e perdere tempo a sentite dischi, a due passi da quella scuola in cui era ancora difficile essere accettati senza continui scherzi, battutine e variegati atteggiamenti tipici dei “ragazzini” che non hanno mai visto una femmina. La trappola, specie grazie ad una “boccia per i pesci” trasformata da Pasini in un Bong king-size, era ormai la sua “nuova casa”: nuovi amici fracassoni ma buffi, con cui “bisbocciare”, per superare l’ansia della “terra straniera” e di un padre gentile ma di fatto sempre lontano: assente, specie dopo la morte della mamma.

Peccato che gli equilibri erano destinati a incrinarsi in virtù di quel complesso di sogni infranti, paranoie, “bollori” e fraintendimenti tipici dell’adolescenza e del “diventare grandi”.

Qualcuno avrebbe inevitabilmente frainteso gesti e sentimenti, qualcuno avrebbe taciuto rancore e invidia, sarebbe infine partito il classico “effetto domino”.

I quattro inquilini della “trappola” sarebbero sopravvissuti?

Un anno di scuola
Un anno di scuola

Liberamente tratto dal libro omonimo di Gianni Stuparich, del 1929 ma ancora attualissimo, a cui la regista Laura Samani e la sceneggiatrice Elisa Dondi hanno aggiunto una cornice moderna e alcuni elementi autobiografici, Un anno di scuola è un piccolo, disincantato quanto riuscito Tempo delle Mele con qualche felice sfumatura da Giovane Holden, ambientato in una Trieste di inizio duemila all’alba di quel 2007 in cui vennero tolte le sbarre della dogana tra Italia e Slovenia e si iniziò, nelle “città di confine”,  a respirare un’aria più “internazionale”.

“Internazionale” è di fatto la solare e molto espressiva attrice svedese di questo film, Stella Wendick, che per la parte ha imparato un po’ di italiano come il suo personaggio, Fred, amabilmente “frizionando” la lingua con qualche parola in inglese e svedese. È stata scelta rispondendo a un’audizione a Stoccolma, dove ha frequentato una scola di recitazione. Decisamente “triestini doc” sono invece Giustolini, Covi e Volturno. I primi due ragazzi sono stati scoperti dalla regista per caso, in un bar, mentre svolgeva delle ricerche su dove ambientare “la vita notturna della pellicola”. Il terzo è stato trovato nel sopralluogo in una scuola, scelto durante un’interrogazione. Aiutati dall’acting coach Alejandro Bonn, tutti hanno saputo con naturalezza esprimere al meglio i sentimenti, la fisicità e la voce dei rispettivi personaggi: parlando solo in dialetto triestino, con qualche buffissima “arrampicatura lessicale esterofila” necessaria a dialogare con la Wendick.

Un anno di scuola
Un anno di scuola

A tutti gli effetti “co-protagonista adolescenziale della vicenda” è anche Trieste: scontrosa e rigida con le sue scalinate cittadine infinite e i comprensori scolastici in cemento, più accogliente e svagata con la sua spiaggia assolata nel pomeriggio, le luci serali del porto, il belvedere dalla collina al tramonto. Con bar pieni di caos, birra e la musica punk e indie rock di inizio 2000: tra I tre allegri ragazzi morti, The Great Complotto e Prozac+ (sui titoli di coda Elisa canta una cover di Più Niente, del 2004, omaggiando così la mai dimenticata Elisabetta Imelio).

La Samani certo ci racconta una Trieste più “calda” rispetto alla gelidamente ombrosa città vista da Salvatores nell’imperfetto Il ragazzo invisibile. È una Trieste al contempo “meno sepolcrale” della “tomba emotiva” tratteggiata dall’interessantissimo L’angelo dei muri di Bianchini. Non è la Trieste “malinconicamente impersonale ed esterofila” che ogni tanto si intravedeva, come contrasto alla più vivace provincia veneta, nella divertente serie tv Volevo fare la rockstar di Matteo Oleotto.

È una Trieste per molti versi vicina alla Bologna ultra dettagliata del libro generazionale Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi: il film ci mostra la città come una “mappa vivente” dei principali luoghi di ritrovo, tutti “rinominati” in modi goliardici, dai più tipici ai più nascosti, dai più “istituzionali” ai più intimi. Assecondando a 360 gradi il gioioso “caos emotivo” adolescenziale, luoghi e personaggi ci vengono serviti insieme, diretti, “senza fronzoni”, tra asperità e comodità, ingenuità e immaturità, romanticismo e cinismo, pulsioni e passioni. Non tacendo su dipendenze, malelingue e tutti gli “irrisolti” di cui sono capaci dei giovani ragazzi reali durante un classico (e spesso dolorosamente autobiografico) “anno di scuola”.

Un anno di scuola
Un anno di scuola

Un anno di scuola è quindi una storia di amicizia, ma può offrire ai più giovani spettatori anche un vademecum, piccolo e prezioso, su come “sopravvivere” a quel delicato periodo emotivo e umano.  Attraverso personaggi ben scritti, si possono cogliere, con doloroso ma pragmatico realismo, alcune delle tante sfaccettature tipiche di una fase della vita meravigliosa.

Il film della Samani ha il grande pregio di “trattare i giovani da adulti”, non limitandoli a essere in fondo “buoni o cattivi”: raccontandoli nella spontaneità, tra mille chiaro/scuri, alla continua e titanica riceva di un dialogo che possa essere costruttivo, emotivo quanto “possibile”. Andando oltre gli stereotipi, la lingua, il territorio.

Pur nel classico sviluppo orizzontale di un racconto di coming to age, Un anno di scuola sa essere, in alcune sue sfumature, non meno realistico/spietato di alcune opere del cinema sociale dei fratelli Daredenne. Il potenziale di questa autrice è enorme.

Un anno di scuola
Un anno di scuola

Voto: sapendo mantenere al centro della storia personaggi resi mai banali da ottimi e “genuini” interpreti, operando una non interessante ricostruzione del periodo storico rappresentato e dando voce al meglio una città complessa come Trieste, la pellicola della Samani sa essere un piccolo gioiellino di stile e regia, utile anche per gli spettatori più adulti per capire al meglio il mondo dei giovani.

Permangono ingenuità narrative. Il tempo della narrazione poteva essere gestito in mondo più sintetico, ma non viene mai a mancare una buona cura generale e soprattuto la volontà di raccontare l’adolescenza in un modo fresco quanto onesto. Un bel progetto e un’autrice che di sicuro terremo d’occhio.