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Maree di mezzanotte

Un nuovo continente, nuovi personaggi. E nonostante il quadro geografico, politico e culturale cambi, nuove rivelazioni e nuovi sviluppi sulle macchinazioni del Dio Storpio e sulla storia più antica e recente del complesso e affascinante mondo creato da Steven Erikson.
Anche in questo è la sua grandezza, come autore, narratore e plasmatore di altre realtà. Erikson prende il lettore per mano e lo porta, in Maree di Mezzanotte, in nuovi luoghi del suo coerente immaginario. E se all’inizio si può rimanere spaesati, dopo le prime decine di pagine non si può rimanere indifferenti a ciò che viene a svelarsi ai nostri occhi.
A controllare il subcontinente di Lether è un regno che così tanto assomiglia agli imperi europei del Rinascimento: il valore dominante della sua società è il profitto, acquisito, ma di cui non si è mai sazi, a seguito di una feroce politica espansionistica che ha quasi del tutto cancellato e ridotto in schiavitù le popolazioni confinanti con i Letherii. Ciò grazie anche al puro, impressionante potere del mago e sacerdote reale del Ceda, in grado di interpretare gli equilibri tra le forze divine, le Fortezze, tramite un sistema di divinazione più primitivo del Mazzo dei Draghi.
A cadere vittima della brama di conquista dei Letherii, le tribù dei Tiste Edur del continente, per lungo tempo divise e in guerra tra loro. Ora esse sembrano aver trovato nel Re Stregone degli Hiroth, Hannan Mosag, l’unità politica e militare e un potenziale magico di origine quanto mai sinistra e sconosciuta ma in grado di contrastare quello del Ceda e dei suoi adepti.
Una guerra, come in ogni capitolo de La Caduta di Malazan, si profila all’orizzonte.
In questo contesto si muovono i nuovi personaggi che Erikson introduce nella complessa danza delle sue linee narrative. E sono personaggi che per nulla fanno rimpiangere quelli momentaneamente abbandonati, per la profondità che li caratterizza e quindi per il coinvolgimento che sanno trasmettere.
Su tutti spiccano i tre fratelli Beddict, lontani tra di loro nella vicenda narrata, e non solo in senso fisico.
Tehol, il secondo dei tre in ordine di anzianità, è un genio della finanza ridotto allo stato di povertà più estrema ma mai domato nell’animo e nell’ingegno. Accanto a lui si muovono strani personaggi tra i quali il suo servo Bugg, che con Tehol dà vita a dialoghi memorabili per ironia e intelligenza. Viene da chiedersi come mai un servo sia tale, e lo sia incondizionatamente e così fedelmente, a un padrone che non può pagarlo ma è a questo singolare duo che Erikson delega il non facile compito di spezzare la tensione del romanzo che cresce, come di consueto nelle sue opere, in un finale sconvolgente.
Hull, il Beddict più anziano, ex Sentinella del re di Letheras cioè suo emissario nello stabilire contatti pacifici con le culture che il regno ha poi quasi sterminato e assimilato, è invece ossessionato dalla vendetta. Dopo essere stato a sua insaputa strumento di morte e di conquista è diventato un uomo teso alla distruzione di un regno pur di perdonare se stesso.
Infine Brys Beddict, Campione del Re, un giovane uomo puro nell’animo che si rende conto di poter trovare la lealtà, in cui crede fermamente, solo nel duello con la spada, in cui eccelle al livello più alto per un mortale Letherii, e nel rapporto di profonda amicizia che lo lega con il Ceda, Kuru Qan.
E poi c’è Seren Pedac, Acquitor (una sorta di guida e, insieme, di mediatrice commerciale tra i mercanti Letherii e i Tiste Edur) lacerata dall’amore e dalla profonda pietà e senso di impotenza che prova nei confronti di Hull. E i tre fratelli Tiste Edur Rhulad, Fear e Trull Sengar (quest’ultimo l’unico personaggio del romanzo con cui il lettore della saga abbia familiarità) tormentati, ognuno impotente di fronte alle manipolazioni degli déi e del destino, e Iron Bars, intagliato nella pietra.
Lacerazione interiore, solitudine, impotenza contro ciò che, umano o divino, è inarrestabile sembrano i comuni denominatori di gran parte dei personaggi di Maree di Mezzanotte.
E il modo in cui essi reagiscono oppure semplicemente agiscono consapevoli di questo, è uno degli elementi costituenti l’epica di Erikson.
Perché di pura epica si tratta. La tragedia sfiora le sue corde nelle prime pagine per poi suonare la sua ballata a ritmi sempre più elevati verso il finale: i destini dei personaggi convergono perché vengano a risolversi. E spesso lo fanno in modo brutale, perché qualcosa dentro qualcuno di loro si spezza oppure per una violenza esteriore, fisica.
Maree di Mezzanotte è un intreccio di storie di guerre esteriori e interiori, di solitudini, di manipolazioni, di violenze. E’ la voce, esteriore e interiore, di tanti personaggi che non si dimenticano facilmente.
E’ la voce di un grande scrittore.
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Commenti
2 Ditemi: lo stile e il ritmo sono gli stessi degli altri libri? No, perché io con Erikson ho uno strano rapporto. Ho letto i primi due libri, mi sono piaciuti sotto moltissimi aspetti, ma li ho trovati un po' difficili da seguire, e in alcuni punti "faticosi". Mi sono bloccato a metà di Memorie di Ghiaccio e non sono riuscito ad andare avanti, non so per quale motivo. Leggo che questo Maree di Mezzanotte può essere letto anche indipendentemente dagli altri. Fa per me, considerando che ho avuto delle difficoltà a farmi scendere giù gli altri volumi della serie, fermandomi a metà del terzo? Considerato quanto è acclamato Erikson, non mi spiacerebbe avere l'occasione di rivalutarlo.
» postato da Laeryn alle 15:34 del 23-04-2009
3 di base il romanzo può essere considerato come un romanzo autonomo. Ma mi si permetta di dire che in questa ottica perde gran parte del suo valore. Per la trama base della saga, le maree sono fondamentali. Rappresentano una base fondamentale per lo sviluppo delle vicende. Non parlo delle migliaia di sottotrame ma del filone principale. Chiramente però, quello che rivela viene inquadrato bene nel settimo volume. Insomma, non va letto perchè è autonomo ma perchè mette basi vere alla trama. Quindi se la saga risulta indigesta, che ve lo leggete a fare?
» postato da frankifol alle 19:32 del 26-04-2009
4 «di base il romanzo può essere considerato come un romanzo autonomo. »
Vero. C'è però da dire che non per questo risulta più "facile": lo stile è quello, l'impostazione è quella. Tuttavia Erikson imho è un autore che a volte si scopre dopo più di una lettura, quindi, perchè non continuare a provare? ![]()
» postato da Kinzica alle 20:45 del 26-04-2009
5 Grandissimo Steven, unione perfetta tra avventura e battaglia. ha creato un universo di personalità e vicende davvero speciale. Mai banale. Peccato che i libri arrivino in italia con i soliti anni di ritardo. A Presto Francesco
» postato da (Francesco Tafuro) alle 12:17 del 03-05-2009
6 non siamo poi cosi indietro. Dovrebbero essere due volumi e mezzo
» postato da frankifol alle 14:52 del 03-05-2009
7 «non siamo poi cosi indietro. Dovrebbero essere due volumi e mezzo»
Non è colpa delle case editrici, il ritardo. E' che il buon Steven è anche troppo proficuo. ![]()
» postato da DiVega alle 14:24 del 04-05-2009
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1 Sottoscrivo tutto. Non per nulla "Maree" è, ad oggi, il mio romanzo preferito tra quelli dello zio Steven. Forse perchè può essere letto anche indipendentemente dalle storie che lo hanno preceduto (quando l'ho letto io non avevo ancora acquistato nè "Memorie di Ghiaccio" nè "La Casa delle Catene") e, alla luce delle stesse, può sempre costituire una rilettura piena di spunti di riflessione. Tra questi, aggiungo, l'aspetto sociologico dello scontro tra due civilità agli antipodi (ma ne siamo proprio sicuri?): i Letherii, votati al Dio Denaro e soggiogati a tutti i suoi "effetti collaterali", fiduciosi in un progresso che, se sembra migliorare la qualità della vita, al contempo trascina con sè e spazza via anche i pochi sentimenti nobili sopravvissuti, lasciando dietro sè aridità di valori e miseria d'animo; e i Tiste Edur, che sembrano vivere in una dimensione dove il tempo è estremamente lento e si dilata, essi appunto, così attaccati ai valori dell'etichetta e dell'onore e, pur nelle loro silenziose reticenze, così profondamente umani (emblema di quanto detto è senz'altro Trull, l'eroe del dubbio). Il comune denominatore, come giustamente sottolineato nella recensione, è ancora la guerra, una guerra che, come al solito, non è che metafora di ben più profondi sommovimenti interiori che interessano i vari (e sfaccettati) personaggi.
» postato da Nutza alle 14:48 del 15-04-2009