Marianne Farrère è la proprietaria di Windler, una famosissima ditta di cosmetici francese. Miliardaria annoiata, Marianne non sa più che fare della sua vita, persa tra un matrimonio che ormai ha poco da dire e una figlia che cerca di compiacerla ma che ha poco in comune con lei. Tutto cambia quando incontra Pierre-Alain Fantin un fotografo bizzarro, chiassoso ed eclettico che sembra essere in grado di farle riscoprire la vita. Tra i due nasce un’amicizia nutrita dal bisogno d’amore di Marianne e quello di denaro di Pierre, che non si fa alcun problema dell’approfittarsi della generosità della donna, fino a mettersi contro tutta la sua famiglia, maggiordomo compreso. Nonostante l’imbarazzo e le conseguenze sull’azienda è necessario mostrare in pubblico fino a che punto la situazione sia ormai compromessa e quanto denaro sia stato speso per un capriccio.

La donna più ricca del mondo trae liberamente ispirazione da una vicenda reale, “affaire Bettencourt”, ossia la storia di Liliane Bettencourt, ereditiera di L’Oréal. La figlia accusò il fotografo François-Marie Banier di aver approfittato della fragilità dell’anziana madre, sostenendo che questa gli avesse concesso beni per circa un miliardo di euro. La vicenda che andò avanti per tre anni, si allargò a cause civili e questioni ereditarie oltre ad avere riflessi politici a causa delle potenti personalità che coinvolgeva. Nel film di Thierry Klifa la Bettencourt viene portata sullo schermo da Isabelle Huppert, perfetta nell’incarnare una donna ricca ma per lo più indecifrabile, i cui capricci si perdonano anche grazie al fascino della Huppert a cui è praticamente impossibile riuscire a rimproverare qualcosa.

Il problema de La donna più ricca del mondo è quello di avere tra le mani una storia potenzialmente esplosiva che rimbalza tra capitalismo, una classe elitaria che ha fatto la sua fortuna anche grazie al nazismo, e l’autoreferenzialità dei ricchi. Basti pensare a quanto avrebbe potuto essere sgradevole il mal di vivere della protagonista, che non è altro che quello di una annoiata riccona che cerca di avere una seconda giovinezza sperperando il denaro, a mostrare la piega che avrebbe potuto prendere il racconto. Ma lo scialacquare ricchezza non viene mai messa in discussione come fatto immorale in sé (il marito dice alla sua stessa figlia di lasciare che la madre si diverta con quelli che sono i suoi soldi), ma come la privazione illegittima dell’eredità che deve essere garantita al nipote, come si trattasse di una dinastia reale.

<i>La donna più ricca del mondo</i>
La donna più ricca del mondo

In La donna più ricca del mondo ogni volontà di indagine resta in superficie limitandosi a descrivere l’episodio in sé, senza prendere alcuna posizione né etica né politica. In questo modo una storia che avrebbe potuto avere un valore allegorico si limita ad essere una cronaca romanzata fine a se stessa che, per chiunque non sia un miliardario circuito da un approfittatore, ha davvero poco da dire.