Nella New York degli anni ’50, Marty Mauser si mantiene vendendo scarpe nel negozio dello zio. Ha però una grande ambizione: mantenersi diventando un campione di ping-pong, ed è disposto a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo. Dopo aver giocato il campionato del mondo a Londra, incassa una sonora batosta contro il giapponese Koto Endo, che gli soffia il titolo. Marty aveva puntato molto sulla vittoria e, quando torna a New York, si ritrova senza un soldo ed è ancora più nei guai quando Rachel, la ragazza con cui aveva una relazione, dice che il figlio che aspetta è suo. L’obiettivo di Marty rimane però quello di mettere insieme i soldi per andare in Giappone e provare a vincere il titolo, e non si fa scrupoli a usare Kay Stone, un’ex diva del cinema che ha sposato il riccone Milton Rockwell. Il magnate potrebbe aiutare Marty a partecipare ai mondiali, ma in cambio pretende la sua totale sottomissione.

Liberamente ispirato alla vita del campione americano di ping-pong Marty Reisman, Marty Supreme, scritto da Ronald Bronstein e diretto da Josh Safdie dopo essersi separato dal fratello Benny, è solo all’apparenza un film biografico. A differenza di The Smashing Machine di Benny Safdie, dove la regia asciutta, quasi documentaristica, tracciava la figura di un campione conosciuto e amatissimo negli USA, Josh parte da una premessa completamente diversa sia per ciò che riguarda il biografismo sia per lo stile. Molte cose viste sullo schermo della vita di Marty sono finte: dal campione Endo, mai esistito, al figlio avuto con Rachel, fino alle ingerenze della madre e dello zio nella sua carriera. Nulla di tutto questo è successo al vero Marty Mauser, sebbene abbia vissuto una vita non proprio integerrima, fatta — almeno in gioventù — di piccoli espedienti e truffe, come si vede nel film.

È evidente che dietro alla pellicola non ci sia tanto il desiderio di raccontare una storia vera quanto quello di costruire un personaggio che ricordi i grandi classici alla Paul Newman in Lo spaccone, con la differenza di rendere il protagonista meno simpatico della solita canaglia dal cuore d’oro. A Marty non sono concessi sconti e, se in principio fa di tutto per non piegarsi al potere e al sistema cercando di prenderli di petto, è disposto a mettere da parte la dignità pur di conseguire il risultato che si è prefissato. Safdie e Bronstein, sostenuti dal 35mm di Darius Khondji, che conferisce alla pellicola una splendida grana materica, mettono in scena uno scorcio di vita senza tregua, in cui è difficile distinguere un giorno dall’altro. Marty è immerso in un vortice di personaggi che gli ruotano attorno — tra cui spicca Abel Ferrara nella parte del gangster a cui viene rapito il cane — di situazioni e di luoghi.

L’epopea del protagonista, insopportabile e narcisista, si trasforma in un’odissea allucinata nella sua ricerca di quei soldi che lo porteranno al successo. Se sembra esserci un’evoluzione in lui, è però solo apparente, anche perché non c’è nulla verso cui prendere coscienza. A ben guardare non esiste né una direzione morale che possa salvare Marty dal suo essere ciò che è, né una emotiva, poiché Rachel si rivela peggiore di lui. In questa sovrapposizione ridondante di dialoghi e situazioni, di brusii e persone, luoghi e fatti, si imboccano solo strade senza uscita o che non conducono a nulla. Certamente si tratta di un tipo di racconto in grado di affascinare il pubblico, anche se privo di veri e propri slanci registici e, per molti versi, troppo autocompiaciuto e fine a se stesso.